La vita di Luca Carboni in 250 pagine: l'autobiografia del cantante e il firmacopie alla Feltrinelli di Bologna
Corriere della Sera - Cultura

La vita di Luca Carboni in 250 pagine: l'autobiografia del cantante e il firmacopie alla Feltrinelli di Bologna

Mercoledì 3 giugno 2026
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Il cantautore bolognese, 63 anni, alla libreria Feltrinelli per il firmacopie della sua autobiografia «Luca non parlava mai»

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La vita di Luca Carboni in 250 pagine: l'autobiografia del cantante e il firmacopie alla Feltrinelli di Bologna

di Piero Di Domenico

Il cantautore bolognese, 63 anni, alla libreria Feltrinelli per il firmacopie della sua autobiografia «Luca non parlava mai»

Luca Carboni all'inaugurazione della sua mostra nel 2024 (LaPresse)

Passa per tanti luoghi dell’anima come in una geografia intima, «fare l’amore con un posto», l’autobiografia di Luca Carboni, che il 3 giugno alle 18,30 sarà alla libreria Feltrinelli per il firmacopie del suo libro Luca non parlava mai (Sem), uscito qualche giorno fa. Con l’acquisto del volume che darà diritto ad avere un pass prioritario per avere la firma del 63enne cantautore bolognese.

Le 250 pagine, dedicate ai genitori, partono da quella malattia che lo ha colpito nel 2022. Quando Carboni stava registrando un nuovo album, con una canzone scritta per Vasco Rossi nel 1986, Rimini d’estate, pezzo dimenticato e riscoperto, pensando anche a un tour dopo il lungo periodo del Covid. Due anni di cure, poi l’intervento, sempre aggrappato a un barlume di luce, con «una lunghissima lista di motivi per sentirmi in debito con la vita». 

Luoghi come la Trattoria da Vito, che il 19enne Carboni, leader della band Teobaldi Rock, non conosceva. Ma in cui, su suggerimento di Ron, lasciò una busta con una decina di suoi testi scritti a penna invece della solita cassetta. Dove un Lucio Dalla «praticamente in vetrina, dormiva beato sul frigo dei gelati. Steso, e con il berretto di lana — la famosa papalina della copertina del 1980 — calato sugli occhi». 

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Al tavolo di sinistra Francesco Guccini, «il maestrone», l’oste Vito, Jimmy Villotti e altri che giocavano a tarocchi. Mentre Bonvi, Renzo Cremonini e altri amici dissertavano animatamente, ad appena qualche metro di distanza, su cosa dovesse fare o non fare il Pci. Infine, dalla saletta in fondo, «arrivavano chiacchiere e risate a squarciagola: era il tavolo delle donne, fidanzate e non».

E poi la casa in cui Carboni è cresciuto, un appartamento in affitto in uno stabile della cooperativa popolare Risanamento, in via Casarini 7, le due settimane al mare a Bellariva e il resto dell’estate in Appennino a Tolè, dove sarebbe tornato moltissimi anni dopo. 

Carboni, figlio di una catechista e con un nome che rimanda alla devozione per la Madonna del santuario, rivela di pregare molto oggi: «Negli ultimi anni, già prima della malattia, il mio rapporto con la fede si è intensificato. Per me la preghiera è importante. Non conta la chiesa — anche se ci vado, la frequento —, conta di più che il posto in cui sono mi apra dal punto di vista spirituale. Per me la chiesa è il mare, la chiesa è natura».
 
Luoghi con date, annotati sulle agende del padre, conservate con cura dopo la sua scomparsa nel 2021. Come la cantina di via Cesare Battisti, a pochi passi da quella via Ugo Bassi dove il sabato pomeriggio racimolava qualcosa facendo il fattorino per un negozio di abbigliamento. 

La cantina della Doctor Dixie Jazz Band, che si riuniva il venerdì sera, dove fu portato da Lucio Dalla, che gli presentò il ginecologo e trombettista Nardo Giardina. Un’altra cantina, in fondo a quel corridoio, sarebbe diventata la Mutanda Rock,sala prove punto di riferimento per molti musicisti bolognesi. Dove Carboni componeva, suonava e ascoltava i suoi vinili. Il rapporto con quella che sarebbe diventata sua moglie, Marina, che frequentava l’Accademia di Belle Arti, porta al posto dei posti: «È lei il mio posto. Il mio vero posto. Dove sono sempre. Dove sarò per sempre».

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Carboni rivela anche le sue grandi passioni sportive, la Fortitudo e il Bologna: «Avevamo tutti l’abbonamento, i posti a sedere uno accanto all’altro: io, Lucio, Gianni e Andrea Mingardi. Il presidente Corioni una sera ci invitò a cena nella sua casa di Monte Donato e ci chiese di stare vicini alla squadra, che arrivava dalla serie B. 

Così, incidemmo l’inno Le tue ali Bologna (1988), e ancora oggi mi emoziona sentirlo, prima delle partite allo stadio». Non manca infine la scoperta della pittura, nata intorno ai vent’anni con i primi esperimenti: «Andando avanti, crescendo, ho capito che la pittura era un altro viaggio, e che doveva essere libera, figlia di se stessa, di altre ispirazioni, altri stati d’animo. Poteva e doveva raccontare altre storie. Altre cose».

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