«Luca non parlava mai», l'autobiografia dolcemente malinconica e umanamente preziosa di Luca Carboni. La recensione
Il libro edito da Sem è un dono per chi negli anni si è fatto cullare dalle musiche del cantautore bolognese
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«Luca non parlava mai», l'autobiografia dolcemente malinconica e umanamente preziosa di Luca Carboni. La recensione
di Francesca BlesioIl libro edito da Sem è un dono per chi negli anni si è fatto cullare dalle musiche del cantautore bolognese
Può essere stato anche un solo scampolo di vita. Ma per chi si è fatto cullare dalle sue musiche, ha socchiuso gli occhi sulle sue ballate e ha danzato con i suoi pezzi più ritmati, «Luca non parlava mai», l'autobiografia appena pubblicata da Sem, si rivelerà un dono. La sorpresa è in realtà una conferma anelata: Luca Carboni è come chi lo ascolta lo immagina, e chi lo incontra lo spera.
Il racconto della sua vita, in 252 pagine, è un piacevolissimo viaggio accanto a un ragazzo della Bologna anni Ottanta diventato grande assieme a noi. Le elementari alle Marconi, le medie alle Zanotti, le superiori al Serpieri. Luca che diventa Carboni, lasciando sullo sfondo le passioni per il calcio e il basket e trasformando quella per la musica in una professione.
Le tappe ci sono praticamente tutte. Dal primo concerto da solo, a Trieste: presenti 78, paganti 37, biglietto d'ingresso 6.000 lire, al firma copie di Roma, nel 1989, con duemila ragazzi a bloccare tutta via del Corso. Fino ai "Rio Ari O Live" di oggi.
Il suo atlante di vita dà ampio spazio alla sua storia musicale (dagli inizi con gli Stadio e Lucio, al successo, fino a oggi con il nuovo tour), ovviamente, ma incede teneramente su quelle familiari. La vita di ragazzino con i fratelli Gabriele e Francesco, le sorelle Betta e Grazia, mamma Franca e papà Giovanni (a cui è dedicato il libro) nella casa di via Casarini 7, prima. E quella da grande con Marina (e con il piccolo Samuele), poi.
Il libro si apre sulla malattia che lo ha tenuto lontano dal palco a lungo. «Dalla scelta dei brani sono passato alla scelta delle terapie per sopravvivere», racconta. Senza pietismo, ma con un'incredibile positività («avevo una lunghissima lista di motivi per sentirmi in debito con la vita»). La preziosa indicazione di mamma Franca, finita anche in «Primavera», «lasciati andare alla vita e non disperarti mai», evidentemente è servita.
La malinconia è uno dei sentimenti chiave di quest'autobiografia ma nell'accezione positiva di Carboni, che quindi «non è tristezza, è uno stato d'animo romantico (…) Quel momento in cui puoi sentire cose lontane e profonde, assaporare il fuori, e il dentro» (così scrive in merito al singolo uscito in radio a fine estate nel 2006).
Il testo non segue un ordine cronologico, quanto piuttosto una ritmica sentimentale. Gli anni dell'infanzia si mescolano così a quelli della maturità, quelli degli esordi alle stagioni del successo. Luca si trasforma ma non cambia. Sono sempre Luca lo stesso, canterà poi. Senza tradimenti.
Carboni è quello che oggi si commuove «per certe piccole cose: bevendo un succo di frutta all'albicocca, per esempio, che era il regalo speciale che la mia mamma ci faceva al mare, un'abitudine che a Bologna dovevamo immediatamente perdere, perché i soldi per la spesa erano contati».
È felice la scelta del doppio binario della memoria che dà linfa al libro: quella di chi scrive, il cantautore dai natali bolognesi, e quella di suo padre. Le annotazioni di papà Giovanni sulle sue agendine, che Luca trascrive, puntellano il libro regalandogli realismo e movimento. E, nella loro essenzialità e compostezza, sono di una dolcezza struggente.
C'è tanta poi Bologna da perdercisi in «Luca non parlava mai». I luoghi che ha frequentato sono gli stessi in cui è diventato, come recita la terza di copertina della sua autobiografia, «uno dei più importanti cantautori italiani». C'è il centro città, come via Cesare Battisti e la cantina ribattezzata Mutanda Rock dove fu registrato …intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film, o piazza Cavour e la sala giochi (il Cadillac) dove si sfidava con Dalla e Morandi a biliardino, o ancora via Clavature e il suo «ufficio» (primo tavolino a destra, subito dopo la porta) al Rosarose. Ma anche la prima periferia, come quella di Napoleone in via Arno e di Vito in Cirenaica, ritrovo di musicisti entrambi. O anche via Zanardi e la chiesa Maria Regina Mundi dove i Teobaldi Rock facevano le prove il pomeriggio quando era chiusa ai fedeli. C'è poi l'Appennino, quindi Tolè, rifugio e ritrovo famigliare per eccellenza, ci sono Milano e Roma, Rimini e Riccione, ma soprattutto c'è l'Isola d'Elba, dove «è nata la magia» con Marina, che poi è lei, per Luca, quella che diventerà anche la mamma di Samuele, «il posto dei posti», «dove starò per sempre».
Ha scritto: «Mi aspetto grandi cose da me, grandi momenti d'amore, idee che fanno battere il cuore e, dopo i momenti di confusione, sorridere». Correva l'anno 1992 e queste parole erano racchiuse nel libretto «Canzoni e confusioni», uscito con l'album «Carboni». Oggi Luca ha 63 anni e ha appena dato alle stampe la sua autobiografia. E si legge esattamente tutto questo in «Luca non parlava mai». Miglior successo era difficilmente preventivabile.
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