Torti e ragioni degli artisti sono solo nelle opere
Corriere della Sera - Cultura

Torti e ragioni degli artisti sono solo nelle opere

Martedì 2 giugno 2026
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È opportuno o sbagliato che un artista approfitti della visibilità pubblica per dichiarare la sua opinione sulle violenze, sulle ingiustizie, sulle tragedie che assillano il mondo?

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Torti e ragioni degli artisti sono solo nelle opere

Paolo Di Stefano | 2 giugno 2026

È opportuno o sbagliato che un artista approfitti della visibilità pubblica per dichiarare la sua opinione sulle violenze, sulle ingiustizie, sulle tragedie che assillano il mondo?

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Ha ragione Francesco De Gregori? È inopportuno che un artista approfitti della visibilità pubblica per dichiarare la sua opinione sulle violenze, sulle ingiustizie, sulle tragedie? Chi dice no, lo scrittore, il poeta, il cantante, il pittore famoso è tenuto a denunciare i mali del mondo. Chi dice sì, meglio che lavori in silenzio. È una questione annosa. 

A pensarci bene, già esprimendo pubblicamente la sua idea sull’argomento, De Gregori contraddice sé stesso. Ma a pensarci ancora meglio, chi può costringere un artista a dichiarare il suo punto di vista sulla guerra o su Putin o su Israele se non ne ha nessuna voglia (per timidezza, per carattere, per qualunque motivo)? E viceversa chi può impedirglielo? È così inqualificabile che Springsteen dal palco lanci un appello contro Trump per quanto urticante possa suonare? Il fatto davvero urticante è che si tenda a giudicare un artista per quel che denuncia, dimenticando che ciò che conta è esclusivamente la bellezza, la forza e l’onestà (direbbe Saba) della sua opera. Sembrerà banale, ma è bene ripeterlo, visto che in questi giorni sono fioccati i giudizi sulle canzoni di De Gregori. 

Di recente mi è capitato di vedere su Facebook un video in cui Federico Fellini rispondeva alla domanda: chi ammira di più nella vita reale? Risposta: la persona che ieri è venuta a casa mia a riparare una pendola, un certo Aurili, che si è messo a lavorare con un cacciavite per un’oretta e l’ha riparata mettendoci cura e passione. Montale, Beckett, Gadda non si sono mai espressi direttamente sulla politica, non ne sentivano il bisogno né il dovere. Fortini sì, Zanzotto no. Raboni sì, Caproni no. Pasolini sì, Fellini no. Moravia sì, Giorgio Morandi no, dipingeva bottiglie. Erano le sue bottiglie a dire quel che c’era da dire sulla violenza del mondo. Nessuna parola di Morandi sui destini universali avrebbe aggiunto o tolto nulla alla bellezza dei suoi quadri.

2 giugno 2026

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