Repubblica, e l’Italia spiccò il volo
Il 2 giugno fu l’inizio del processo che passando per la Costituzione creò il Paese
Repubblica, e l’Italia spiccò il volo
Andrea Manzella | 2 giugno 2026Il 2 giugno fu l’inizio del processo che passando per la Costituzione creò il Paese
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Il 2 giugno fu solo l’inizio della storia. Quel giorno si scrissero le prime cinque parole della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica». Spettò poi all’Assemblea Costituente completare il lavoro per cambiare tutto e subito. Ma anche per organizzare le speranze del futuro. Non ci si attardò in rancori per un passato di tenebre. Del resto, ogni parola di quel testo ne recava la tacita negazione. Del fascismo, sconfitto in campo e negli spiriti dalla Resistenza, ci si occupò solo in qualche ultima disposizione.
Certo, fu «vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Ma per i «capi responsabili del regime fascista» fu prevista soltanto, con estrema cura di parole, «in deroga e con legge, per non oltre un quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità». Per i delitti aveva, del resto, già provveduto l’amnistia Togliatti, il 22 giugno 1946, appena venti giorni dopo il referendum (ecco perché questa volontà di «sorpasso» costituzionale, senza però alcuna «legge dell’oblio», contrasta con la lagnosa accusa ricorrente di «fascismo» per ogni nuovo fenomeno di autoritarismo: quando per pigrizia intellettuale, non se ne riescono a cogliere le vere cause specifiche).
Il 1° gennaio 1948 la Costituzione era fatta e si intrecciò subito con la vita stessa del Paese. Perciò la sua attuazione concreta non fu cosa tecnica ma vicenda politica segnata da conflitti e compromessi. Una vicenda che ancora oggi dura e che è destinata comunque a non concludersi mai. Anche perché i «principi fondamentali» della Costituzione devono continuamente realizzarsi e tenacemente rivivere nel fluire dei mutamenti economici e scientifici, con ricadute sui costumi e sul sentire sociale.
Ci volle perciò un decennio per stabilire solide garanzie allo Stato di diritto: la Corte costituzionale, per la «legittimità delle leggi» (art. 134); il Consiglio Superiore della Magistratura, per istituire «un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» (art. 104). Ma in quei dieci anni fondativi (1948-1958) — che furono anche quelli del «miracolo economico» — ci fu sopratutto la concretizzazione dell’articolo 11 della Costituzione. La Repubblica dava il suo «consenso» alle «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento, in condizioni di parità con gli altri Stati». Fu il 25 marzo 1957 con il Trattato di Roma che creò la Comunità europea. Quell’accordo non fu solo un atto di integrazione politica ed economica. Fu un atto di integrazione costituzionale. Nella realtà materiale, a parità con quella degli altri Stati, la nostra divenne una Costituzione euro-nazionale. L’identità nazionale di ciascuno rimase intatta nei «principi supremi», tutelati dai tribunali costituzionali. Ma il collante comune fu l’indirizzo politico di sistema «per una unione sempre più stretta». Quel vincolo europeo, è ormai «dentro» la Costituzione come in quella degli altri Stati dell’Unione. E ne condiziona il susseguirsi dei governi.
Così come la nostra Costituzione fu pioniera nel «consentire limitazioni di sovranità», così è nato nella sua cornice il primo esperimento di governo di «destra nazionale-europea»: che deve alla coerenza a quell’indirizzo di sistema la sua vera ragione di primato sull’opposizione. Il processo comunitario è lontano dalla maturità: e la stessa ragion di vita degli Stati nazionali è legata a quelle necessità di integrazione. La Repubblica costituzionale, con i suoi 80 anni di storia, ha però dimostrato di possedere energie per un comunque difficile futuro.
2 giugno 2026
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