Montagna, al via la stagione estiva dei rifugi: «Cime sempre più popolate, ma serve più rispetto per la natura»
Il presidente della Sat, Ferrari sul futuro e le principali criticità: «Ragionevole aspettarsi un aumento di presenze ma non si può crescere all’infinito»
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Montagna, al via la stagione estiva dei rifugi: «Cime sempre più popolate, ma serve più rispetto per la natura»
di Matteo SannicolòIl presidente della Sat, Ferrari sul futuro e le principali criticità: «Ragionevole aspettarsi un aumento di presenze ma non si può crescere all’infinito»
Da un lato c’è la previsione di un ulteriore aumento di presenze nei sentieri in alta quota. Dall’altra invece la preoccupazione per la scarsa disponibilità di acqua nelle strutture. La stagione estiva è ormai alle porte e i rifugi del Trentino sono pronti per affrontare i mesi caldi, anche se dovranno fare i conti con diverse criticità. Il presidente della Sat, Cristian Ferrari, le ricorda praticamente tutte: dall’overtourism alla carenza di risorse idriche ed energetiche, passando per il comportamento, a volte inappropriato, dei visitatori e per la difficoltà nel reperire personale.
Presidente, con l’arrivo di giugno tutti i rifugi sono ormai pronti per l’inizio della stagione estiva. Come ci si prepara e come arrivate a questo importante periodo?
«La stagione estiva è il risultato di un lavoro che inizia molti mesi prima. Dopo il tradizionale incontro con i gestori, dedicato agli aggiornamenti normativi e agli aspetti gestionali, iniziano le attività in quota: riattivazione degli impianti, verifiche sugli acquedotti e sulle reti di scarico, collegamenti energetici e trasporto dei materiali necessari alla stagione. Accanto al lavoro dei gestori c’è poi quello fondamentale dei volontari Sat. Oltre un migliaio di soci operano ogni anno per garantire la manutenzione della rete sentieristica di circa 5.600 chilometri a catasto Sat. Un’attività essenziale che consente il raggiungimento dei rifugi e la fruizione in sicurezza della montagna trentina».
Rispetto alle ultime annate, che tipo di stagione si aspetta?
«Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita costante della frequentazione della montagna, sia da parte dei soci Sat sia dei turisti. È quindi ragionevole aspettarsi un ulteriore aumento delle presenze. Quello che desta qualche preoccupazione è la disponibilità d’acqua: la ridotta copertura nevosa osservata durante l’inverno e la primavera potrebbe tradursi in una stagione particolarmente asciutta, con possibili criticità per le risorse idriche in quota. Sarà quindi importante trasmettere ai frequentatori la consapevolezza che risorse come l’acqua, l’energia o anche l’offerta disponibile nei rifugi non sono paragonabili a quelle del fondovalle. In montagna tutto è più limitato e proprio questo contribuisce spesso a rendere l’esperienza più autentica e preziosa».
Nel recente passato, da parte di qualche visitatore, è forse mancata la cultura e il rispetto della montagna. Lei in più occasioni ha richiamato il tema del limite. Come si può migliorare questo aspetto?
«Il limite non è necessariamente qualcosa da temere. Credo che il primo limite che ciascuno dovrebbe imparare a riconoscere sia il proprio; la montagna deve essere accessibile e vissuta da tutti, ma sempre in rapporto alle proprie capacità ed esperienza. Molti incidenti avvengono quando si inseguono obiettivi superiori alle proprie possibilità. Per questo consiglio sempre di avvicinarsi alla montagna gradualmente, costruendo esperienza passo dopo passo. Il tema del limite, e soprattutto della consapevolezza del proprio limite personale, è un concetto che va spiegato e trasmesso sempre meglio, perché rappresenta uno degli strumenti più efficaci per garantire un’esperienza sicura e appagante a tutti i frequentatori della montagna».
Strettamente collegato c’è il tema dell’overtourism. Al Festival dell’Economia il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, ha contestato questo termine dicendo che «danneggia il settore e crea paura negli ospiti». Cosa ne pensa?
«La Sat ha dedicato il proprio congresso proprio al tema della capacità di carico dei territori montani. Eliminare il termine “overtourism” non elimina il problema. In alcuni periodi e in alcune località esistono effettivamente situazioni di forte pressione antropica che vanno comprese e gestite. Questo non significa essere contro il turismo, ma governare i flussi e valorizzare anche territori meno frequentati. Molti visitatori scelgono la montagna proprio per cercare tranquillità e qualità dell’esperienza, non certo per trovare affollamento».
Anche l’assessore provinciale Roberto Failoni ha ammesso che non si può crescere all’infinito. È d’accordo?
«Condivido questa riflessione. Il Trentino sta già lavorando per valorizzare territori e stagioni meno conosciuti, distribuendo meglio le presenze. Tuttavia, nelle aree ormai pienamente mature dal punto di vista turistico, credo sia necessario aprire una riflessione sui numeri e sulla sostenibilità nel lungo periodo, per garantire qualità ambientale e qualità dell’esperienza. Questa riflessione non può limitarsi a mantenere invariati i numeri sostituendo semplicemente una tipologia di frequentatore con un’altra o aumentando continuamente le infrastrutture dedicate a singole attività. È importante che l’evoluzione dell’offerta turistica continui a garantire una fruizione equilibrata della montagna, capace di accogliere pubblici diversi e di preservare quella pluralità di esperienze che rappresenta una delle ricchezze più importanti del territorio alpino».
La sperimentazione del numero ideale a Madonna di Campiglio le è piaciuta? Potrebbe essere riproposta anche nei rifugi?
«Non ho approfondito nel dettaglio i risultati di quella sperimentazione. Nei rifugi, però, il tema della gestione degli afflussi è già molto concreto. L’introduzione da parte della Sat di un sistema di prenotazione unico (come avviene da anni in molti Club alpini dell’Europa centrale e che oggi si sta progressivamente diffondendo anche in Italia, pur trovandosi ancora in una fase iniziale), permette di conoscere e gestire meglio le presenze in quota. Nei rifugi esistono infatti limiti fisici molto concreti: acqua, energia, spazi e capacità ricettiva. Oltre una certa soglia semplicemente non è possibile accogliere ulteriori ospiti mantenendo adeguati standard di servizio e sicurezza».
È sempre attuale il tema della difficoltà di reperire personale. Ne risente anche il vostro settore?
«La Sat non gestisce direttamente il personale dei rifugi, ma il tema emerge frequentemente nel confronto con i gestori. Da anni stiamo lavorando per migliorare le condizioni di vita e di lavoro nelle strutture alpine, realizzando spazi più funzionali e confortevoli per chi trascorre l’intera stagione in quota. Rimane una sfida complessa, perché nei rifugi lo spazio è una risorsa limitata che deve essere condivisa tra ospitalità, impianti, produzione energetica, gestione dell’acqua e attività lavorative. Garantire ambienti adeguati e sicuri è uno degli elementi fondamentali per rendere più attrattivo questo tipo di occupazione, senza dimenticare che i rifugi devono oggi rispondere a standard di sicurezza, sostenibilità e qualità sempre più elevati».
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