Donne: 80 anni fa il primo voto, ma resta da costruire una società di parità e diritti
In Parlamento le donne sono ancora solo un terzo e la visibilità ai vertici, da sola, non trasforma i rapporti di potere
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Donne: 80 anni fa il primo voto, ma resta da costruire una società di parità e diritti
di Barbara PoggioIn Parlamento le donne sono ancora solo un terzo e la visibilità ai vertici, da sola, non trasforma i rapporti di potere
Il 2 giugno 1946 le donne italiane votavano per la prima volta in una consultazione politica nazionale. Un diritto arrivato tardi rispetto ad altri paesi: la Nuova Zelanda lo aveva riconosciuto nel 1893, la Finlandia nel 1906, gli Stati Uniti nel 1920. Un ritardo dovuto anche alla lunga compressione dei diritti politici sotto il fascismo. Il primo decreto aveva riconosciuto alle donne solo il voto attivo, cioè la possibilità di votare, ma non l’elettorato passivo, il diritto a essere elette.
Le associazioni femminili
Ci vollero la pressione delle associazioni femminili e un secondo decreto, arrivato pochi mesi prima del voto, perché anche l’elettorato passivo fosse riconosciuto. Non si trattava di un dettaglio tecnico: quella lacuna mostrava già la distanza tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale. Le donne potevano scegliere chi avrebbe esercitato il potere, ma non esercitarlo. Ottant’anni dopo, quella distanza non è stata colmata. Oggi, per la prima volta nella storia repubblicana, la presidente del Consiglio (Giorgia Meloni) e la segretaria del principale partito di opposizione (Elly Schlein) sono entrambe donne. Ma in Parlamento le donne sono ancora solo un terzo e la visibilità ai vertici, da sola, non trasforma i rapporti di potere.
Global gender gap
Secondo il Global Gender Gap Report 2025, l’Italia è all’85° posto su 148 paesi: tra gli ultimi in Europa. Il divario resta profondo, soprattutto nella partecipazione economica e nell’accesso al potere. Gli squilibri attraversano molti ambiti, a partire dal mercato del lavoro, dove il divario occupazionalesfiora i venti punti percentuali, tra i più alti dell’Unione europea e si accompagna a maggiore precarietà, part-time involontario, carriere più spesso rallentate dal lavoro di cura, che continua a ricadere soprattutto sulle donne. Le stesse disparità attraversano anche il mondo accademico e scientifico, lo sport, lo spettacolo, i linguaggi e le rappresentazioni culturali, fino ad assumere la forma più estrema nella violenza di genere.
Le donne uccise
Ogni anno in Italia vengono uccise più di cento donne, nella maggior parte dei casi in ambito familiare o affettivo, spesso per mano di un partner, di un ex partner o di un familiare. Non una patologia individuale, ma l’esito più grave di rapporti di potere ancora profondamente diseguali. Sono squilibri radicati in una cultura che stenta a cambiare: non basta nemmeno l’istruzione, in cui le donne eccellono, a scalfirli. Si traducono in scelte concrete: politiche pubbliche che non sostengono davvero la condivisione del lavoro di cura, dai servizi per l’infanzia ai congedi di paternità; regole sociali, organizzative e istituzionali ancora tarate su esperienze e percorsi maschili. Ottant’anni fa le donne conquistarono il diritto di essere contate. Resta ancora da costruire un paese in cui contino davvero.
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