Confine orientale, l'esodo degli italiani da Pola e la storia che dopo 80 anni divide ancora
Nel 1946 la popolazione istriana e giuliano dalmata lasciò le proprie case prima della pace: a Trieste il magazzino con i loro oggetti diventerà un museo
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Confine orientale, l'esodo degli italiani da Pola e la storia che dopo 80 anni divide ancora
di Francesco ChiamuleraNel 1946 la popolazione istriana e giuliano dalmata lasciò le proprie case prima della pace: a Trieste il magazzino con i loro oggetti diventerà un museo
Verso la metà del 1946, ottant’anni fa, cominciava l’esodo degli italiani di Pola. Mancavano ancora mesi alla firma del trattato di pace, quello di De Gasperi che a Parigi chiedeva fiducia per la neonata Repubblica italiana, eppure parte della popolazione istriana e giuliano-dalmata non aspettò che le potenze vincitrici «formulassero le loro conclusioni», per citare la formula degasperiana: scelse di lasciare le proprie case. Per sempre. Al porto di Trieste, e se ne è occupato in un bell’articolo su «Il Post» Francesco Gaeta, c’è uno spazio, il Magazzino 19, che custodisce le suppellettili di migliaia di esuli: sedie, poltrone, letti, ferri da stiro, macchine da cucire, armadi dalle ante cigolanti che si erano aperti per una vita in una stanza della campagna istriana o in riva all’Adriatico, che vennero caricate su una nave e poi lasciate «provvisoriamente» lì, a Trieste, in un abbandono che fu invece così definitivo e lacerante da spegnere in molti dei profughi (circa 300mila, di cui 70mila arrivarono a Trieste) perfino l’attaccamento alle proprie cose.
Una storia di sradicamento e deportazioni
La notizia è che il magazzino, per volontà del Comune di Trieste, diventerà presto un museo. Le ragioni per le quali gli italiani lasciarono le province di Pola, di Fiume e di Zara, e la parte orientale di quelle di Trieste e di Gorizia, sono molteplici. Quasi tutta la storia d’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale è una storia di sradicamento e di deportazioni, si pensi ai milioni di tedeschi e di polacchi che si spostarono. Per capire specificamente l’esodo degli italiani si può leggere un ottimo libro di Marina Cattaruzza, «L’Italia e il confine orientale»: dalle paure che sorgevano dalle notizie della persecuzione degli italiani ad opera degli jugoslavi, alle grame prospettive della vita sotto il comunismo titino, alle speranze di una sorte migliore nella nuova Italia democratica e repubblicana.
Il «confine» che ancora divide
A ottant’anni di distanza il «confine» è un argomento divisivo. Provare a organizzare un incontro pubblico con storici seri come Raoul Pupo per ritrovarsi probabilmente in sala contestazioni di discendenti di esuli o viceversa di negazionisti delle foibe. Eppure l’atmosfera nell’Istria e nella Dalmazia di oggi, nonostante il passato tragico e violento, è veramente pacificata. In un recente discorso a Vienna, la storica Anne Applebaum (che il 6 giugno sarà a Vittorio Veneto) ha ricordato che l’integrazione europea è un miracolo, che tutto il mondo ci invidia. Solo la forza dell’Europa consente di guarire almeno qualcuna delle ferite. E di guardare al confine orientale con occhi nuovi.
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1 giugno 2026
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