Il 2 giugno e la monarchia espulsa dalla memoria
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Il 2 giugno e la monarchia espulsa dalla memoria
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Caro Aldo,
ho 80 anni, gli stessi della Repubblica. Non sono contrario, ma nemmeno entusiasta. La Storia non si fa con i se e con i ma. Per cui non ci sono le prove di come avrebbe potuto andare l’Italia in caso di vittoria della monarchia. Festeggiare sì, ma senza trionfalismi.
Pietro Ferretti
Sono certo che in Italia i gravi errori di casa Savoia rendano impossibile il ritorno della monarchia, ma le chiedo: come mai nel referendum con i voti della monarchia in vantaggio, spuntarono circa 2 milioni di voti per la Repubblica, provenienti dal Nord, specie dall’Emilia Romagna?
Enrico Daniele Villa
Cari lettori,
a rileggere i risultati del referendum del 2 giugno, c’è un dato che impressiona. Il Paese si spaccò a metà. Sia nel senso che la monarchia prese più di dieci milioni di voti, e la vittoria della Repubblica fu risicata, al punto da generare false voci di brogli. Sia nel senso che il Sud scelse massicciamente la monarchia. A Napoli votò monarchia quasi l’80 per cento, a conferma del fatto che il mito neoborbonico è un’invenzione recente: la dinastia che i napoletani stavano difendendo non era quella borbonica, ma quella dei Savoia, che ora vengono raccontati come spietati conquistatori se non colonizzatori, mentre nel 1946 godevano del consenso di gran parte della popolazione (tanto che nel 1952 divenne sindaco il monarchico Achille Lauro).
Ebbene, la monarchia è del tutto scomparsa dall’immaginario della nazione. Moltissimi giovani sono completamente inconsapevoli del fatto che l’Italia per quasi un secolo è stata un regno, non una Repubblica. Mentre i difensori del fascismo prosperano e crescono, i difensori della monarchia sono voci sempre più flebili; eppure i Savoia non hanno avuto solo demeriti, furono loro e non le anime nobili come Mazzini a unificare la nazione. Inoltre, la destra missina — l’Msi viene fondato proprio nel dicembre 1946 — era repubblicana, in quanto il re era considerato un traditore. Ne consegue che il 2 giugno non è una festa divisiva, a differenza del 25 aprile. E che il presidente della Repubblica è l’unica istituzione rispettata da tutti, con qualche eccezione: la campagna dei postcomunisti contro il Cossiga «picconatore»; la campagna dei berlusconiani contro Scalfaro; la campagna dei grillini contro Napolitano. Di solito accade sempre a fine mandato.
Va detto però che la figura del presidente tende a sbiadire velocemente una volta lasciata la carica. Forse soltanto Pertini è ancora presente nell’immaginario del Paese. Non smette di stupirmi la rapidità con cui l’Italia si è scordata di un uomo come Carlo Azeglio Ciampi, a cui l’amministrazione 5 Stelle della sua amatissima città, Livorno, negò l’intitolazione di una rotonda con la motivazione che era un «pensionato d’oro».
1 giugno 2026
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