Paolo Roversi: «Non è difficile fotografare Naomi Campbell o Kate Moss. I filtri sui social? La foto perfetta non è mai interessante, spesso diventa banale»
Il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna ha inaugurato la nuova Galleria Paolo Roversi, spazio permanente dedicato a uno dei fotografi più influenti della scena contemporanea internazionale
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Paolo Roversi: «Non è difficile fotografare Naomi Campbell o Kate Moss. I filtri sui social? La foto perfetta non è mai interessante, spesso diventa banale»
di Vittoria MelchioniIl MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna ha inaugurato la nuova Galleria Paolo Roversi, spazio permanente dedicato a uno dei fotografi più influenti della scena contemporanea internazionale
A Ravenna, la città dove tutto è cominciato, Paolo Roversi torna simbolicamente a casa. Il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna inaugura infatti la nuova Galleria Paolo Roversi, spazio permanente dedicato a uno dei fotografi più influenti della scena contemporanea internazionale. Un luogo che non racconta soltanto una carriera straordinaria, ma restituisce al pubblico l’universo poetico di un artista che, pur vivendo da decenni a Parigi, non ha mai smesso di portare Ravenna dentro le proprie immagini: nelle nebbie, nelle ombre, nei silenzi e nella luce che attraversa i suoi celebri ritratti.
Maestro, Ravenna oggi è ancora un luogo reale o è diventata uno stato dell’anima?
«È sempre più un luogo dell’anima, ma adesso con questa galleria è diventato anche un luogo reale. Quando mi sveglio al mattino mi sento ancora più vicino a Ravenna. È banale dirlo, forse superfluo, ma penso alle mie fotografie che si svegliano a Ravenna, che ogni giorno ricevono visite, vengono guardate e questo mi fa un immenso piacere. Mi lega ancora di più alla mia città».
La nebbia che viene dal mare, i mosaici e le ombre della sua infanzia come elementi fondamentali della sua estetica. Quanto c’è ancora del bambino che osservava la luce nella sua cameretta nelle fotografie di oggi?
«Tutto. Quel bambino non è mai cresciuto, non è mai diventato grande e per fortuna c’è ancora questo bambino in me che continua a sognare, a immaginare e a guardare il mondo attraverso quegli occhi lì».
Quindi esiste ancora lo stupore?
«Ancora lo stupore, l’entusiasmo e la curiosità».
Che cosa riesce a stupirla in un mondo così complicato?
«C’è sempre qualcosa che stupisce: un incontro, una persona, un raggio di luce».
Le sue fotografie sembrano sempre sospese nel tempo, quasi fuori dalla realtà. È anche un modo per opporsi alla velocità del mondo contemporaneo?
«Sì, oggi c’è una sovrapproduzione di immagini, una sovraesposizione continua. A me piace una fotografia meditativa, una fotografia sentita, vissuta. Non mi interessa bombardare di immagini a destra e a sinistra senza motivo».
Com’è cambiata, secondo lei, la fotografia di moda negli ultimi decenni?
«È cambiata tantissimo. Viviamo in un mondo che cambia tutti i giorni a grande velocità e quindi anche la moda e la fotografia di moda sono cambiate molto. Non saprei dire se era meglio prima o meglio adesso, non voglio giudicare, ma certamente è cambiato tutto».
Oggi molti giovani fotografi inseguono l’immagine perfetta per i social. Lei invece ha sempre lavorato sull’ombra, sulla sfumatura e persino sull’imperfezione. Che cosa direbbe a questi ragazzi?
«Di non cercare la perfezione, ma l’espressione. La foto perfetta non è mai interessante, anzi spesso diventa banale. Esprime poco. Una fotografia espressiva, anche se tecnicamente imperfetta, è molto più importante».
Lei ha fotografato alcune delle donne più iconiche al mondo. Che cosa rende davvero indimenticabile un volto davanti alla macchina fotografica?
«Ogni volto è unico. Il mio compito è cercare di renderlo il più bello possibile, di sublimarlo, ma ogni persona è diversa dall’altra. A me piace incontrare l’umanità dei miei soggetti più che la semplice apparenza estetica».
E davanti a top model abituate a essere fotografate continuamente, come Kate Moss o Naomi Campbell, che cosa riusciva a cogliere?
«Loro sono dei fenomeni. Hanno un’energia meravigliosa e una straordinaria capacità di comunicare. Non è molto difficile fotografarle».
Che effetto le fa sapere che oggi il suo universo creativo ha una casa permanente proprio nella sua città natale?
«È un effetto bellissimo. Mi sembra quasi che mi abbia cambiato la vita. Una parte di me adesso è sempre a Ravenna. C’era anche prima, come diceva quell’articolo, il mio cuore era sempre qui. Ma adesso ci sono anche le mie fotografie. È un legame ancora più forte».
C’è una fotografia esposta alla quale è più affezionato?
«Sono affezionato a tutte. È un po’ come parlare dei figli: non si può dire qual è il preferito. Ce ne sono diverse che considero indispensabili per raccontare il mio modo di fotografare e la mia vita».
Nel comunicato compare una poesia di Ungaretti: «Sorpresa / dopo tanto / d’un amore». Che cos’è oggi, per Paolo Roversi, quella sorpresa?
«Anch’io, come Ungaretti, ho viaggiato molto, sono stato un po’ in tutto il mondo. E quando si torna a casa si capisce che l’amore è qui. Non era in giro per il mondo: è qui, in questa casa, su queste pietre. La sorpresa è questa».
Esiste ancora una fotografia che sente di inseguire?
«C’è sempre. Il prossimo scatto è sempre una speranza, un sogno di fare qualcosa che non si è mai fatto».
Prima di salutarci, Roversi torna ancora una volta sull’emozione di questo ritorno simbolico nella sua città: «Le autorità mi ringraziano per questo regalo, ma in realtà il regalo l’hanno fatto loro a me. Quando sono partito da Ravenna da bambino non avrei mai potuto immaginare una cosa del genere. È come aver vinto un Oscar».
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