Tomasz Kirenczuk dirige per l’ultima volta il festival di Santarcangelo: «Sarà un’edizione intensa. Vanno sostenuti i cambiamenti»
È l’edizione numero 56. La quinta e ultima diretta dal drammaturgo e critico polacco: «Le tematiche sono in coerenza con gli anni precedenti: il femminismo, il queerness, l’eclogia, il decolonialismo, l’antirazzismo, ma ogni volta si va più in profondità»
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Tomasz Kirenczuk dirige per l’ultima volta il festival di Santarcangelo: «Sarà un’edizione intensa. Vanno sostenuti i cambiamenti»
di Paola GabrielliÈ l’edizione numero 56. La quinta e ultima diretta dal drammaturgo e critico polacco: «Le tematiche sono in coerenza con gli anni precedenti: il femminismo, il queerness, l’eclogia, il decolonialismo, l’antirazzismo, ma ogni volta si va più in profondità»
«Il giorno dopo? Berrò una spremuta al sole». È tempo di countdown per Santarcangelo Festival, il più multidisciplinare, inclusivo, longevo e politico d’Italia. Dieci giorni, dal 2 al 12 luglio, 35 compagnie italiane e internazionali (22 in prima nazionale), un centinaio di spettacoli. È l’edizione numero 56. La quinta e ultima diretta dal drammaturgo e critico polacco Tomasz Kirenczuk. Il titolo? Deep pressures. Siamo sotto pressione. Ma non tutto è male.
Che edizione sarà?
«Un’edizione bella intensa. Ma non perché è l’ultima per me: è importante il festival, non io che me ne vado. Le tematiche sono in coerenza con gli anni precedenti: il femminismo, il queerness, l’ecologia, il decolonialismo, l’antirazzismo, ma ogni volta si va più in profondità. Con nuove artiste o con artiste che tornano. Sia straniere, come le palestinesi Nur Garabli e Marah Haj Hussein, sia italiane, come Sara Sguotti, Giorgia Lolli e altre».
Piccola digressione: perché usa il femminile?
«Il linguaggio è importante, la maggior parte delle persone invitate si riconoscono come donne e quindi è bene usare il femminile. Ci aiuta a ri-raccontare il mondo».
Cosa fa più paura oggi?
«Le paure sono tante. La guerra è la prima cosa che mi viene da dire, oggi l’invasione russa e il genocidio in Palestina ci riguardano più da vicino, mentre prima eravamo concentrati sul nostro benessere. Poi, la politica un tempo era una missione e oggi ci porta ad essere più individualisti. Le economie ci fanno pressione. L’Europa era un’unità, ora è rimasta l’economia. Allora un festival serve, ci fa dire che non siamo soli».
Si sta peggio oggi di cinque anni fa, quando arrivò a Santarcangelo?
«Difficile dirlo. C’è più violenza nello spazio pubblico, tra le nazioni. I diritti umani sembrano non avere più il valore di prima. In questo senso siamo peggiorati. Sappiamo che il nostro sistema sta crollando. D’altra parte molti elementi ci danno speranza. Penso ai movimenti dal basso sempre più presenti. Se guardiamo le attiviste nelle foreste amazzoniche che ogni giorno si alzano per fermare le grandi aziende dico: non possiamo arrenderci».
Cosa può fare un festival come questo?
«È la domanda che ci poniamo sempre. Non cambieremo il mondo ma se su cento persone cinque fanno una riflessione e due cambiano la loro vita quotidiana, allora è una grande cosa. Sono i cambiamenti che cerchiamo di sostenere il più possibile».
Teme la nuova scure dei tagli ministeriali?
«Non ci sono ragioni. Lo scorso anno abbiamo sentito un grande sostegno sia dagli artisti che dalla comunità santarcangiolese che si è sentita di difendere il suo festival».
È un festival diffuso, ma piazza Ganganelli, la sua intuizione, è sempre il cuore?
«Sì. In Italia la piazza ha un ruolo diverso rispetto ad altri paesi. Qui è il luogo che unisce le persone. Non era facile, ci è voluto tempo. Abbiamo provato con la tavola rotonda, con gli spettacoli. È stato bellissimo vederla crescere».
Bilanci?
«Il sindaco Filippo Sacchetti ha parlato di un rafforzamento del festival a livello internazionale. Ne sono felice».
Dal 13 luglio cosa farà?
«Starò al sole con una spremuta, poi andrò al mare, che amo. Starò una settimana ancora con il mio bellissimo team, poi mi comprerò qualche pianta (lo faccio sempre) e porto un po’ d’Italia con me al ritorno, a Vienna».
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1 giugno 2026
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