La storia di Giacinto Ferrero e dei suoi compagni, prigionieri di guerra che finirono per esplorare l'Himalaya
Seicento militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi nella Seconda guerra mondiale furono trasportati in un campo del Punjab. Qui per alcuni cominciò un'incredibile avventura
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La storia di Giacinto Ferrero e dei suoi compagni, prigionieri di guerra che finirono per esplorare l'Himalaya
di Dario BasileSeicento militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi nella Seconda guerra mondiale furono trasportati in un campo del Punjab. Qui per alcuni cominciò un'incredibile avventura
Ci sono vicende che, per qualche motivo, non hanno trovato spazio nei libri di storia ma che meritano di essere ricordate. Tra queste c’è l’incredibile storia dei seicento militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi durante la Seconda guerra mondiale e trasferiti in un campo ai piedi dell’Himalaya, dove finirono per trasformarsi in veri esploratori. Tra loro c’era il torinese Giacinto Ferrero. Questa vicenda, che sembra la trama di un film d’avventura, è stata ricostruita da Cristina Natta-Soleri sulla rivista «Savej», il periodico quadrimestrale della Fondazione Enrico Eandi dedicato alla cultura piemontese.
Dall'Africa all'Asia
È il 1942 quando un gruppo di ufficiali italiani, catturati dagli inglesi sui fronti africani, approda dopo un estenuante viaggio attraverso i campi di prigionia dell’Africa e dell’India a Yol, nell’allora Punjab britannico, oggi nello stato indiano dell’Himachal Pradesh. Ad attenderli, un campo di baracche piantato su una vasta pietraia ai piedi del Monte Nodrani, alle soglie della catena himalayana del Dhauladhar: un imponente bastione di granito lungo quasi 160 chilometri, con cime che sfiorano i 5mila metri. I soldati si ritrovano così in mezzo al nulla e la loro principale preoccupazione diventa resistere alla noia di giornate tutte uguali, senza niente da fare.
Il torinese Giacinto Ferrero
Tra loro c’è Giacinto Ferrero, torinese, catturato dalle truppe alleate in Egitto nel luglio del 1942. Ferrero aveva già una certa familiarità con la montagna: da ragazzo, come molti torinesi, aveva imparato a sciare e ad arrampicare, affinando poi quest’ultima abilità durante un breve periodo nell’Artiglieria Alpina sulle Dolomiti. I soldati si organizzano, coltivano l’orto, si impegnano in giochi di ruolo e organizzano, persino, una piccola biblioteca. Ma ad attirare la loro attenzione è quotidianamente quella natura incontaminata che li circonda, quel paesaggio dall’incredibile bellezza. Oltre i reticolati si intravedono boschi e fiumi e più in alto il bianco della neve perenne della catena himalayana. Non ci sono grandi possibilità di fuga e così i prigionieri ottengono dei permessi per delle piccole escursioni in montagna.
Liberi di esplorare
Poi, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943, le concessioni si allargano ed alcuni di loro, come Giacinto Ferrero, si trasformano in veri esploratori dei territori circostanti, tentando di scalare quelle montagne che per mesi avevano contemplato dal campo di prigionia. Ferrero, come altri suoi coetanei, era cresciuto leggendo i racconti avventurosi di Salgari e non gli pareva vero di poter esplorare quel mondo fantastico raccontato sui libri.
Nell’autunno del 1944 il giovane piemontese ed altri soldati, accompagnati da un gruppo stravagante di portatori locali che affrontano la neve a piedi nudi, tentano di raggiungere un settore della catena del Pangi ancora inesplorato da parte degli europei. Il fattore altitudine non permetterà però di raggiungere la vetta, ma giungono comunque ai 5.600 metri di quota. Non si tratta però di semplici esplorazioni. I soldati documentano quei luoghi remoti scattando numerose fotografie con macchine di fortuna autocostruite. Ma non solo, realizzano preziosi schizzi e disegni di tutto ciò che incontrano. Sono anche molto interessati alla cultura locale. Appunta Ferrero sul suo diario: «Non tardammo a capire la mentalità della gente, o meglio delle genti del luogo e ad apprenderne la lingua; imparammo a conoscere ed a sfruttare le risorse locali; i capricci meteorologici ci divennero familiari… Eravamo poveri come gli indigeni, senza albagie, senza scostanti pregiudizi; vivevamo in mezzo a loro, rispettandoli ed aiutandoli, e ne eravamo rispettati ed aiutati».
In giro per il mondo per la Fiat
Un’esperienza di prigionia si è trasformata così in un’avventura straordinaria tra le vette dell’Himalaya. Tornato in Italia, disgustato dalla guerra, Ferrero lascia l’esercito e si laurea in ingegneria. In Fiat si occupa delle filiali all’estero: in Congo, in Pakistan, in Sierra Leone. Ma il ricordo di quella esperienza himalayana non lo abbandona. E così nella primavera del 1988 torna in quegli stessi luoghi con Guido Fuselli e Bepi Bianchini, suoi vecchi compagni di scalata e di prigionia. L’ex campo di detenzione a Yol è diventato nel frattempo un campo militare indiano. Ricorda suo figlio Vittorio: «Parlava spesso di quelle escursioni in Himalaya, che gli portarono un grande interesse per il mondo indiano, orientale, tibetano, per l’Oriente in generale. Era poi tornato nell’88 insieme ad altri due compagni. Sono tornati nelle valli che avevano esplorato anni prima, questa volta in autobus». Quell’incredibile esperienza di gioventù ha segnato per sempre la vita di Giacinto. Conclude Vittorio: «Gli è rimasto l’interesse per i mondi diversi dal suo, visti con grande umiltà. Era interessato a conoscere gli altri costumi senza voler imporre i propri. E poi, naturalmente, è rimasto l’amore per la montagna. Mio padre ha continuato ad andare in montagna finché le forze glielo hanno consentito. È vissuto fino a quasi 85 anni».
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1 giugno 2026
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