Mosca e il nuovo «babau» baltico
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Mosca e il nuovo «babau» baltico

Domenica 31 maggio 2026
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In difficoltà sul fronte ucraino Putin inventa un nuovo «pericolo esistenziale»

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Mosca e il nuovo «babau» baltico

Goffredo Buccini | 31 maggio 2026

In difficoltà sul fronte ucraino Putin inventa un nuovo «pericolo esistenziale»

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Davvero Mosca è minacciata da tre staterelli che tutti assieme contano la metà della sua popolazione? Sul serio Estonia, Lettonia e Lituania si sono trasformate in piattaforme segrete per gli attacchi dei droni ucraini contro la Russia? E per quale istinto suicida? Siamo, l’avrete capito, alla solita, vecchia solfa del lupo e dell’agnello, spesso utilizzata da autocrati e tiranni assortiti per rovesciare le parti nel copione della storia. 

Eppure, in una più cupa rilettura della favola di Esopo, questa è proprio la pericolosa tesi propalata dal Cremlino e, nei nostri paraggi, dai suoi solerti collaboratori occidentali mascherati da pensosi analisti, politici d’assalto o diplomatici di complemento.
Stavolta le intimidazioni non vengono da accalorati propagandisti locali (alla Soloviev, per capirci) ma da fonti più serie. Vasilij Nebenzja, il rappresentante russo alle Nazioni Unite, ha avvertito che l’appartenenza alla Nato «non proteggerà» i Baltici da eventuali ritorsioni. E Sergey Naryshkin (il capo dell’intelligence che al Consiglio di sicurezza del 21 febbraio 2022 tentò invano di frenare Putin sull’invasione dell’Ucraina) ha aggiunto che in uno scenario di scontro aperto con l’Alleanza atlantica, Riga, Tallinn e Vilnius sarebbero «le prime a soffrire». Sempre ammettendo che l’Alleanza suddetta esista ancora nel prossimo futuro e resista ai tenaci sabotaggi di Donald Trump, l’European Council on Foreign Relations ha di recente ricordato come Mosca prema sull’intera regione baltica con un mix di minacce militari e ibride: tutto fa brodo per destabilizzare il fronte orientale dell’Europa, vecchio pallino di Putin.

 I bombardamenti terroristici su Kiev e il preavviso alle ambasciate occidentali perché sgomberino il personale dalla capitale ucraina fanno parte del medesimo copione muscolare. Il drone piombato l’altra notte sulla Romania sta lì a mostrare quanto quel canovaccio possa sfuggire di mano in un attimo, virando in tragedia.
Ma c’è, probabilmente, una ragione tutta interna che spinge il dittatore russo a costruire il babau baltico. Ed è che la Federazione sta perdendo la guerra. Intendiamoci, nessuno immagina il battaglione Azov a spasso per la Piazza Rossa: perdere la guerra, per Putin, significa semplicemente non vincerla; avere impiegato quasi quattro anni e mezzo per non conquistare nemmeno tutto il Donbass; rischiare di doversi trascinare così per altri due o tre anni con un’economia agonizzante; venire sbeffeggiato da un piccolo comico come Volodymyr Zelensky, assurto a icona mondiale; e, soprattutto, essere rimasto a corto di uomini. 

L’intelligence inglese stima le perdite russe in quasi mezzo milione di morti. Si arriva a un milione e trecentomila vittime includendo i feriti non più recuperabili per il fronte: l’impatto sociale è facile da intuire. Think tank e ricercatori sostengono, inoltre, che gli ucraini hanno invertito l’onda, liberi dai caveat d’un tempo colpiscono in profondità con droni dalla tecnologia così efficace da essere stata persino appetita dagli americani contro l’Iran, in un ironico paradosso. L’Institute for the Study of War rileva che ogni mese muoiono più soldati russi di quanti se ne riesca ad arruolare.
E qui veniamo al nodo centrale. Putin può fermarsi, contando ancora sulla complicità di Trump per affondare Zelensky in una trattativa tutta sbilanciata a favore di Mosca, ma il sentiero va facendosi sempre più stretto all’indebolirsi del presidente americano impantanato nel Golfo Persico. Oppure può chiamare banco come ha fatto ogni volta che la sua poltrona ha vacillato. Ma gli servono più uomini e più guerra: ha dunque bisogno di lanciare una mobilitazione generale, come sostiene, a ragione, Nona Mikhelidze, responsabile di ricerca dell’Istituto Affari Internazionali. 

La questione allora è elementare: può mai giustificare un’iniziativa così impopolare soltanto per spuntarla in quell’Est dell’Ucraina che prometteva di conquistare in una settimana di «operazione speciale» con fanfare al seguito? Certo che no. Gli serve un nuovo nemico. Un nuovo pericolo «esistenziale». Qualcuno che abbai ancora ai sacri confini russi. Ed eccolo, dunque, il nuovo nemico, che alla fine è anche un po’ vecchio: quei Paesi baltici che, oltre a supportare sottotraccia Zelensky, vesserebbero da lungo tempo la parte russofona della loro popolazione. Proprio come faceva Hitler con i tedeschi nei Sudeti prima dell’invasione del 1938, la Russia utilizza la difesa delle proprie minoranze, a suo tempo in Ucraina e ora nei Paesi baltici, quale pretesto politico. Il 13 maggio la Duma ha approvato un’inquietante legge che dà al tiranno del Cremlino il potere di dispiegare truppe all’estero per proteggere i compatrioti dalle giurisdizioni straniere. Più d’un analista vede nell’exclave di Kaliningrad il prossimo casus belli.

Ma se questo è il quadro, il tempo stringe. Senza abboccare ad asserite disponibilità di dialogo che si sono sempre rivelate espedienti tattici, l’Europa deve assumere qualche decisione sull’Ucraina che, col suo milione di uomini addestrati al combattimento, è oggi la sua vera protezione sul fianco orientale. Uno stretto legame di Kiev con l’Unione sarà necessario, magari con il passaggio intermedio di una formula di associazione, secondo la proposta del cancelliere Merz. O nell’asse di una più vasta difesa europea che vada oltre la Ue, a tregua raggiunta, come sostiene il ministro Guido Crosetto in un’intervista alla nostra Paola Di Caro. La corruzione sistemica ucraina è certo un ostacolo serio: rivelata da inchieste interne, è costata la seggiola ai più stretti collaboratori e fidati amici di Zelensky. Il presidente, eroe nazionale e oggetto di una sorta di «culto di lealtà», gode di un meritato pregiudizio positivo senza il quale sarebbe stato travolto a sua volta, almeno per culpa in eligendo. Ma, dovesse capire di essere un ostacolo, prenderebbe di sicuro la decisione giusta al momento opportuno: per la devozione che, a rischio della vita, ha sempre saputo mostrare alla sua patria.

31 maggio 2026

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