Federico Rampini e le regole del mondo in guerra: «Le nuove armi? Energia e materie prime. L’Occidente ritrovi fiducia. Gli Usa ultimo impero globale»
Corriere della Sera - Cultura

Federico Rampini e le regole del mondo in guerra: «Le nuove armi? Energia e materie prime. L’Occidente ritrovi fiducia. Gli Usa ultimo impero globale»

Domenica 31 maggio 2026
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«Pane e cannoni» è il nuovo saggio dell’editorialista del Corriere della Sera. «Gli Stati Uniti hanno ancora capacità di proiettare forza e innovazione su scala mondiale»

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Federico Rampini e le regole del mondo in guerra: «Le nuove armi? Energia e materie prime. L’Occidente ritrovi fiducia. Gli Usa ultimo impero globale»

di Alessandro Zangrando

«Pane e cannoni» è il nuovo saggio dell’editorialista del Corriere della Sera. «Gli Stati Uniti hanno ancora capacità di proiettare forza e innovazione su scala mondiale»

Federico Rampini e la statua «Fearless Girl» di Wall Street, a New York (Afp)

Intelligenza artificiale, energia, semiconduttori, terre rare. Sono questi i campi di battaglia sui quali si affronteranno le superpotenze. Occidente e Oriente, ma diciamo Stati Uniti e Cina, i due imperi destinati a governare il pianeta. Strategie, scenari e conseguenze sono analizzati in profondità da Federico Rampini, editorialista del Corriere della Sera, nel suo ultimo saggio Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole (Mondadori, 432 pagine, 22 euro).

Rampini, il suo libro consiglia di ripartire dalla geopolitica. Che cosa significa?
«Ripartire dalla geopolitica significa anzitutto tornare a guardare il mondo per quello che è, non per come avremmo voluto che fosse. Per molti anni, soprattutto in Europa, abbiamo vissuto nell’illusione che l’economia avesse sostituito la politica di potenza, che il commercio bastasse a garantire la pace, che la globalizzazione rendesse obsolete le guerre, i confini, le rivalità strategiche. Non era vero. Era una parentesi storica favorita dalla protezione americana e dalla fine della Guerra fredda. Oggi scopriamo che la forza conta ancora, che le materie prime sono armi, che l’energia è potere, che le tecnologie sono strumenti di dominio geopolitico. La geopolitica non è il ritorno del cinismo: è il ritorno del realismo».

Sostiene che la globalizzazione, considerata la panacea contro tutti i conflitti, militari ed economici, ha sostanzialmente fallito. Perché?
«La globalizzazione ha prodotto grandi benefici, soprattutto per centinaia di milioni di asiatici usciti dalla povertà. Ma in Occidente è stata raccontata come una panacea universale: ci dissero che più commerci significava automaticamente più democrazia, più pace, più convergenza di valori. La Cina avrebbe dovuto occidentalizzarsi entrando nel WTO. La Russia sarebbe diventata un partner affidabile grazie agli affari con l’Europa. È successo il contrario. Pechino ha usato la globalizzazione per rafforzare uno Stato autoritario e nazionalista. Putin ha usato le rendite energetiche per finanziare il riarmo. Intanto in Europa e negli Stati Uniti si sono allargate le diseguaglianze, si sono svuotate intere regioni industriali, si sono create dipendenze strategiche pericolose. Oggi scopriamo che affidare ad altri le catene di fornitura dei microchip, delle terre rare, dei farmaci o dell’energia significa consegnare pezzi della propria sovranità».

Di conseguenza si verifica un ritorno dei confini. Quali sono i vantaggi?
«Ritorno dei confini non nel senso ottocentesco dei muri o dell’autarchia, ma come recupero di controllo strategico. Gli Stati tornano a chiedersi quali produzioni devono restare nazionali, quali tecnologie vanno protette, quali infrastrutture sono vitali per la sicurezza. Durante la pandemia ci siamo accorti che non producevamo nemmeno le mascherine; con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto quanto fosse rischiosa la dipendenza dal gas russo. Il confine, oggi, è anche digitale, energetico, tecnologico. Significa resilienza. Significa non essere ricattabili».

L’Occidente recentemente è messo sotto accusa, dal punto vista politico e culturale, complice spesso una sorta di autodenigrazione, sintetizzata nella cultura woke.
«Negli ultimi anni l’Occidente è stato sottoposto a una critica radicale, spesso accompagnata da una sorta di autoflagellazione culturale. La cultura woke ne è stata una manifestazione: una visione che tende a raccontare la storia occidentale esclusivamente come una sequenza di colonialismi, razzismi, sopraffazioni. L’Occidente ha commesso errori enormi, e riconoscerli è giusto. Ma il progresso occidentale ha generato benefici enormi per l’umanità intera. Altre civiltà hanno praticato lo schiavismo come noi ma lo hanno ripudiato molto più tardi; e non hanno regalato al mondo la medicina moderna, l’agronomia moderna, o i diritti umani. Una civiltà che perde fiducia in sé stessa rischia di diventare incapace di difendersi».

Perché l’Occidente rimane l’alternativa migliore?
«L’Occidente resta la parte del mondo dove si vive meglio perché qui sono nate le libertà individuali, lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la critica libera, la scienza moderna. È una civiltà autocritica, e questo è un punto di forza, non di debolezza. Nessuno rischia la vita per fuggire verso la Corea del Nord o l’Iran: milioni di persone continuano a cercare un futuro in Europa o in America».

L’America è l’ultimo impero rimasto?
«L’America resta l’ultimo impero globale, anche se gli americani detestano questa parola. Nessun altro paese possiede una rete comparabile di alleanze, basi militari, università, multinazionali tecnologiche, potenza finanziaria e culturale. La Cina è una superpotenza formidabile ma ancora prevalentemente regionale; la Russia è una potenza militare con un’economia piccola e fragile. Gli Stati Uniti hanno ancora una capacità unica di proiettare forza e innovazione su scala mondiale. L’America ha spesso attraversato crisi profonde, polarizzazione politica, tensioni sociali, errori strategici: negli anni ’60 e ’70 più di oggi. Chi ne annuncia il declino definitivo da mezzo secolo continua a essere smentito dai fatti».

I valori liberaldemocratici sono l’unica ricetta per la prosperità o l’esempio della crescita asiatica può suggerire una loro parziale revisione?
«Quanto ai valori liberaldemocratici, io non credo che esista una formula unica valida per tutti. La crescita asiatica dimostra che si può ottenere sviluppo economico anche con sistemi politici diversi dai nostri. La Cina lo ha dimostrato, Singapore pure, e perfino alcune monarchie del Golfo stanno modernizzando le loro economie senza adottare il modello occidentale. Tuttavia resta una domanda decisiva: quanto sono sostenibili nel lungo periodo sistemi che limitano la libertà politica e il pluralismo? Le democrazie liberali sono lente, caotiche, litigiose. Però hanno una straordinaria capacità di correggere i propri errori, di innovare, di rigenerarsi. È questo che continua a renderle competitive. La vera sfida per l’Occidente non è imitare i modelli autoritari asiatici, ma recuperare fiducia nelle proprie forze, sapendo adattare le democrazie alle nuove sfide della sicurezza, della tecnologia e della competizione globale».

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