Teatro Cometa Off, Cecilia Lavatore sul palco con «Amori e no»
La poetessa, autrice e performer romana porta in scena il 1° giugno nella sala di Testaccio il nuovo spettacolo «Amori e no», facendosi protagonista di una performance intima che racconta di sé per parlare a tutti
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Teatro Cometa Off, Cecilia Lavatore sul palco con «Amori e no»
di Irene ChieliLa poetessa, autrice e performer romana porta in scena il 1° giugno nella sala di Testaccio il nuovo spettacolo «Amori e no», facendosi protagonista di una performance intima che racconta di sé per parlare a tutti
Un’indagine verticale in versi e musica che scava nel profondo dei legami affettivi, una ricostruzione personale e profonda della geometria dei sentimenti, una riflessione lirica sulla ricerca dell’identità come premessa alla ricerca della felicità: la poetessa, autrice e performer Cecilia Lavatore porta in scena il 1° giugno al Teatro Cometa Off di Testaccio il nuovo spettacolo «Amori e no», facendosi protagonista di una performance intima che racconta di sé per parlare a tutti, in un gioco di specchi che dalla memoria del passato recupera il senso del presente e le domande del futuro. Con il suo stile incisivo e la sua anima poliedrica, la campionessa di Slam Poetry trasforma le parole in arte, creando in 60 minuti un universo poetico in cui tutto c’è e nulla è superfluo.
- Da cosa nasce questo spettacolo?
«Amori e no» è il punto d'arrivo di un percorso esplorativo, nasce dalla volontà di raccontare il valore dei legami affettivi come forma di resistenza civile. Negli ultimi tre anni ho collaborato con artisti da ogni parte d'Italia, incontrando progetti e visioni che hanno alimentato la mia creatività in contesti sempre nuovi e imprevedibili. Il pubblico mi ha aiutata a rendere le perfomance via via più autentiche e coraggiose: da una postura di ascolto, ho infatti cercato di avvicinarmi alle diverse sensibilità per scoprire cosa avrebbe reso i miei testi transitivi e vividi. Tutte queste esperienze sono poi confluite in una drammaturgia che, pur attraversando la scena con umorismo e semplicità, mira con precisione ad alcune corde comuni e profonde.
- Perché è importante portare in scena i sentimenti e metterli a nudo?
Nell'epoca dell'alienazione digitale e della mercificazione dei sentimenti, il campo d'azione delle lotte corrisponde sempre di più al perimetro del nostro corpo biologico e alla nostra sfera psicoaffettiva, "luoghi" bersagliati e sfruttati dal potere. Gli artisti possono farsi tramite di altre verità sul valore reale di ognuno di noi e sui nostri effettivi bisogni, tra tutti, il desiderio di "incontrare" l'altro e di essere compresi. L'arte mette in luce l'enorme potenziale insito nella natura umana e la possibilità che abbiamo di entrare in connessione con il nostro corpo, con la nostra anima e, quindi, con gli altri. In questo senso, il gesto artistico può essere veicolo di autodeterminazione e di libertà rispetto ai condizionamenti e alle oppressioni sociali. Svelarmi nelle mie fragilità, raccontare le mie metamorfosi e le mie cadute, è un modo di avvicinare il pubblico non solo a me, ma a sé... lasciando allo spettatore la scelta di immedesimarsi o meno in un vissuto simile a quello di chiunque altro, se è vero che ad una certa latitudine ci somigliamo tutti.
- Come sarà strutturata la performance?
Il testo si snoda attorno alla metafora del cucito e quindi delle trame da intessere. In uno studio di sartoria, che poi è anche una stanza tutta per me, parlo degli intrecci e dei nodi che legano la mia identità a quella di chi più mi ha segnata e formata. Partendo dalla tenerezza, dal gioco e dalla fantasia, tratto il tema della cura, della rinascita e dei ricordi. Descrivo persone che mi hanno amata e non amata o forse non più amata. Cerco di trasformare le eredità emotive, familiari e sentimentali, in un tragitto che dall'albero genealogico scende fino alle radici, alla terra, madre di tutte le storie.
- Se la poesia viene considerata esercizio solitario da affidare alla lettura di pochi eletti, come si fa a renderla esperimento teatrale di condivisione collettiva?
Cesare Pavese diceva che scrivere è bello perché riunisce due gioie: parlare da soli e parlare a una folla. La mia produzione oscilla tra queste due dimensioni. Io cerco nel movimento dei versi un'energia prima centripeta e poi centrifuga, ma soprattutto cerco una circolarità che si autorigeneri. C'è una ritualità nell'arte, nella poesia in particolare, nella sua musicalità, che risuona nella platea e dalla platea riparte. Il processo di stesura di "Amori e no" è stato poi anche abbastanza spontaneo perché buona parte della mia ricerca già camminava in direzione verticale, verso il racconto della mia vita intima e privata come terreno al contempo pubblico, femminista e antifascista.
- Quale messaggio vuole trasmettere al pubblico?
Più che un vero messaggio, la mia è una testimonianza che invita ad esprimersi, a tirare fuori la voce, a difenderla. Con i miei versi provo ad accompagnare le persone in zone interiori e remote, perché credo che transitando in quei territori possiamo conoscerci meglio e sollevarci dal dolore, lasciando andare il passato. Il mio spettacolo è anche un invito ad integrare la vulnerabilità ed i fallimenti, ad accettare il conflitto e le delusioni che i rapporti umani implicano, a permettere che le relazioni ci tocchino e ci cambino, dando così significato all'esistenza.
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31 maggio 2026 ( modifica il 31 maggio 2026 | 15:58)
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