Luca Badini Confalonieri racconta il papà Vittorio: «Partigiano e allievo di Luigi Einaudi. Votava Pli e mamma gli diceva "lascia perdere quei massoni»
«È stato tra i padri costituenti a 32 anni, interveniva spesso per discutere una formulazione o una sfumatura linguistica. Era consapevole che ogni parola avrebbe avuto un peso nella vita democratica del Paese»
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Luca Badini Confalonieri racconta il papà Vittorio: «Partigiano e allievo di Luigi Einaudi. Votava Pli e mamma gli diceva "lascia perdere quei massoni»
di Teresa Cioffi«È stato tra i padri costituenti a 32 anni, interveniva spesso per discutere una formulazione o una sfumatura linguistica. Era consapevole che ogni parola avrebbe avuto un peso nella vita democratica del Paese»
«Mi guardò sorridendo attraverso i suoi occhiali. Si mise la mano destra sul petto, pollice verso lo stesso, mignolo in fuori. Un gesto assai consueto nel tono del tempo per dire, in gergo familiare: pelo sullo stomaco». Quando Vittorio Badini Confalonieri necessitava di un confronto, o di un consiglio, sapeva a chi affidarsi. Bussava all’ufficio di Luigi Einaudi, che era stato suo docente a Torino e che aveva ritrovato a Roma, come Presidente della Repubblica. Badini Confalonieri, invece, era arrivato nella Capitale nel ‘46, eletto nell’Assemblea Costituente.
A Roma poi è rimasto fino al ’77, diventando sottosegretario alla Giustizia nel quarto governo De Gasperi, sottosegretario agli Affari Esteri con Scelba e Segni, ministro del Turismo nel secondo governo Andreotti. Sempre con i Liberali, il partito rifondato da Einaudi e Croce e che, a livello regionale, Badini Confalonieri aveva contribuito a organizzare durante la Resistenza:
«Mio padre è stato un uomo sobrio, concreto e discreto — racconta il figlio Luca Badini Confalonieri, docente di Letteratura italiana all’Università di Torino —. Forse anche per questo motivo non ha mai raccontato in famiglia i dettagli degli anni vissuti da partigiano. Restano però i documenti e i ricordi che ha lasciato per iscritto, come quello di Einaudi nel suo ufficio».
Che maestro è stato Luigi Einaudi per suo padre?
«Lo aveva incontrato a Torino, era stato suo professore in Scienza delle Finanze. Abbiamo trovato il suo libretto universitario: trenta e lode, proprio con Einaudi. Ma il loro rapporto andò ben oltre, mio padre lo considerò sempre il suo maestro. Soprattutto per l’europeismo che Einaudi professava già negli anni Quaranta. Lo riteneva anche un grande giornalista, convinto del fatto che scrivere con chiarezza fosse un dovere civile».
Un insegnamento che ha fatto suo?
«Leggendo gli atti della Costituente colpisce proprio questo aspetto. Mio padre, che oltretutto era tra i più giovani con i suoi 32 anni, interveniva spesso per discutere una formulazione o una sfumatura linguistica. Era consapevole che ogni parola avrebbe avuto un peso nella vita democratica del Paese. Era l’atteggiamento tipico di un giurista, ma penso che fosse presente anche la lezione di Einaudi».
In quali articoli della Costituzione ritroviamo il suo lavoro?
«Ad esempio nel 13, 14 e 22. I suoi interventi riguardarono temi diversi, dalla tutela delle libertà personali alla famiglia e all’educazione».
Cosa significava essere un Padre Costituente per Vittorio Badini Confalonieri?
«Così come essere un liberale, significava innanzitutto riconoscere la dignità degli altri e nutrire un profondo rispetto per le opinioni altrui. Anche con avversari lontani dalle sue posizioni, come i dirigenti comunisti, cercava sempre il dialogo. Era profondamente legato ai valori della libertà e della democrazia e, nei suoi interventi, si vede chiaramente come fosse attento a costruire garanzie capaci di impedire future degenerazioni autoritarie».
Come molti colleghi, aveva fatto la Resistenza…
«Dopo l’8 settembre 1943 contribuì all’organizzazione clandestina del Partito Liberale a Torino. Per sfuggire ai controlli, gli incontri si tenevano in luoghi diversi: a Valdocco, entrava in un palazzo con il pretesto di ritirare delle scarpe. Nel febbraio del 1945 fu arrestato, portato prima alla Casa Littoria e poi in via Asti, dove venne torturato perché rivelasse informazioni sull’organizzazione clandestina. Ci raccontò poco di quegli anni, ma sappiamo che rischiò la fucilazione».
Padre Costituente, ma anche padre europeo?
«Partecipò ai Trattati di Roma e ne seguì l’evoluzione come sottosegretario agli Affari Esteri. Per lui l’Europa non era soltanto un mercato o uno spazio economico: era una comunità fondata per evitare di ripetere gli errori che avevano portato alle tragedie del Novecento».
Sarebbe soddisfatto dell’Europa di oggi?
«L’ideale europeo continuerebbe a entusiasmarlo, ma forse non sarebbe soddisfatto di un’Europa poco coraggiosa. Credo che guarderebbe con preoccupazione tutto ciò che mette in discussione limiti e istituzioni, come la leadership di Trump. Sarebbe critico su Israele, ne condannerebbe la violenza indiscriminata».
Perché lasciò il Partito Liberale nel ‘77?
«Ritenne di non riconoscersi più nella sua evoluzione. Sosteneva che si era perso il significato autentico della laicità: per lui non coincideva né con il clericalismo né con l’anticlericalismo, ma con il rispetto delle convinzioni di tutti. Quando percepì che quella cultura politica si stava allontanando da questi principi, preferì andarsene».
Dopo essere stato sottosegretario alla Giustizia, agli Affari Esteri, ministro del Turismo…
«Accanto all’Europa, lavorò molto sull’Africa. Il suo fu uno dei primi tentativi per affrontare la questione africana in modo realmente postcoloniale. Non si trattava di conservare vecchi privilegi. Si trattava di costruire relazioni nuove».
Ma lei ha mai votato per il Partito Liberale?
«Mai. Ma mio padre sosteneva il pluralismo delle posizioni politiche in Parlamento come in famiglia. Mia madre ha sempre votato Dc e non lo ha mai nascosto. Anzi, diceva a mio padre: “Lascia perdere quei massoni!”. Alcuni miei fratelli votavano Pci, altri partiti minori come il PSIUP. Mio padre scherzava: “Tanto meglio, così ce ne liberiamo”. Erano piccoli e non avrebbero raggiunto i numeri necessari per l’elezione dei rappresentanti, mentre si evitava di portare qualche voto in più ad altri partiti più forti».
C’è un altro aneddoto familiare che descrive la personalità di suo padre?
«Quando fu ministro del Turismo e dello Spettacolo venne coinvolto nel dibattito sul sistema tecnologico da adottare per la televisione a colori. Per testare queste nuove tecnologie, venne inviata a casa nostra una tv nuova, bellissima. Avremmo potuto tenerla dopo il periodo di test, ma mio padre preferì restituirla».
Una scelta in linea con il motto di famiglia, «Ostendo sed non ostento»?
«Incarnava questo motto. In questo senso, era davvero torinese: poche parole, molto senso del dovere e nessuna ostentazione. Ma, comunque, molto ironico e piacevole. Inoltre era un alpinista, aveva l’abitudine di affrontare le salite con pazienza e determinazione. Credo che portasse questo atteggiamento anche nella vita pubblica: continuare a salire, a lavorare con impegno, anche quando il percorso risultava complesso. Con un bel pelo sullo stomaco».
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30 maggio 2026
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