Ingeborg Bachmann che fu felice a Ischia: gli ultimi giorni raccontati da Fleur Jaeggy
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Ingeborg Bachmann che fu felice a Ischia: gli ultimi giorni raccontati da Fleur Jaeggy
di Mirella ArmieroUn Adelphi piccolo piccolo, ma quanto prezioso: si intitola Gli ultimi giorni di Ingeborg (con riferimento, s’intende, alla Bachmann) ed è firmato da Fleur Jaeggy, che fu sua grande amica. Poche pagine, formato tascabile, ma bastano a restituirci per squarci la complessa fisionomia della scrittrice austriaca scomparsa a Roma nel 1973. Come è noto, Ingeborg Bachmann rimase coinvolta in un incendio nella casa in cui risiedeva, fu ricoverata e morì dopo poco per le conseguenze delle ustioni. Avvenimenti che trapelano dal concitato racconto di Fleur Jaeggy in maniera non lineare, ma rapsodica, attraverso una scrittura che alterna tempi verbali, passato e presente, punti di vista e prospettive.
Appaiono nomi di amici, a volte esplicitati altre volte solo con le iniziali. Luoghi dove Ingerborg è stata felice, e quindi Ischia, dove la scrittrice risiedette con il musicista Hans Werner Henze, suo compagno anche nell’inverno napoletano. Di fronte a una coppia «deprimente» che svela aneddoti intimi di Bachmann, riferisce Jaeggy, Henze «ha sollevato le sorti. È stato spiritoso, ricordo che i “veri amici” hanno riso. Era un bel periodo quello di loro due a Ischia. Perché ai veri amici fa piacere che I. sia stata anche felice. O qualcosa che somiglia alla parola felice». I giorni che Jaeggy ricorda sono invece particolarmente penosi, perché sono i giorni della sospensione, quelli in cui si spera in una ripresa, e si può ascoltare la sua voce al citofono dell’ospedale dove Ingeborg si trova in una camera sterile, ma neanche tanto, perché l’amica ci trova mosche svolazzanti e altre pazienti in gravi condizioni.
Mancano perfino le bende adatte alle ustioni e i dottori sono sfuggenti: Fleur Jaeggy sembra quasi rimpiangere come sono andate le cose. Forse qualcosa di più si poteva fare per salvare Ingeborg. Forse non tutto è stato tentato. Eppure la voce che arriva attraverso l’asettico citofono dell’ospedale non è affannata o disperata. Sembra invece quasi serena. La disperazione resta invece all’amica, che aveva programmato di invecchiare con lei. Che ricorda il «colore dorato» del suo volto durante una vacanza. E la sua delicatezza nel rivolgersi agli amici, «quasi conoscesse con la precisione di un matematico tutte le nuances che possono fare del male o ferire». Quel male però Ingeborg Bachmann non aveva saputo risparmiarlo a se stessa.
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30 maggio 2026 ( modifica il 30 maggio 2026 | 12:47)
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