Tutto ma non il pareggio: la strategia di Meloni (nel Palazzo e nel Paese)
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Tutto ma non il pareggio: la strategia di Meloni (nel Palazzo e nel Paese)

Venerdì 29 maggio 2026
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Riforma o alle Politiche una campagna anti larghe intese

Tutto ma non il pareggio: la strategia di Meloni (nel Palazzo e nel Paese)

di Francesco Verderami | 29 maggio 2026

Riforma o alle Politiche una campagna anti larghe intese

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Nella battaglia politica contro il partito del pareggio, Giorgia Meloni si è mossa nel Palazzo con la riforma della legge elettorale. Non bastasse, si muoverebbe nel Paese al momento delle urne.

Decisa a difendere il bipolarismo dalla «palude» dei governi di larghe intese, la premier spinge per cambiare il sistema di voto, siccome l’attuale Rosatellum non garantirebbe una maggioranza certa dopo le elezioni. Già un anno fa lo spiegò a Elly Schlein, confidando in una sponda. Ma i colloqui non produssero risultati, per quanto la leader del Pd fosse consapevole che quella di Meloni è anche la sua partita.

Se i democratici hanno scelto di salire sulle barricate è solo per motivi tattici. Sono convinti infatti di poterci lucrare politicamente: perché tutti (tranne Matteo Renzi) tifano per l’approvazione della riforma, ma tutti (compreso Renzi) tenteranno di approfittarne per accusare Meloni di voler «cambiare le regole con un colpo di mano alla vigilia della partita». Per quanto sia noto che le leggi elettorali vengono sempre modificate a fine legislatura.

Di qui la scelta della presidente del Consiglio, che punta al voto finale della riforma entro settembre, prima della sessione di bilancio, per togliere rapidamente il tema dal dibattito pubblico. Non è un blitz. È che non intende trascinare la discussione per mesi, con il rischio di trasformarsi in un punching-ball delle opposizioni, subendo la loro narrazione: aver cioè bloccato il Parlamento su una legge che interessa solo il Palazzo, tenendo a sua volta bloccato il Paese che avrebbe invece altre priorità.

Le modifiche apportate alla prima stesura del testo sono state varate per evitare che la legge finisca nelleforche caudine della Consulta. Ma sull’indicazione del premier Meloni non arretra. Nei colloqui avuti a più livelli ha difeso strenuamente questa posizione con i suoi interlocutori, contestando la tesi secondo la quale la norma minerebbe la libertà dei parlamentari. Che in base alla Costituzione sono eletti senza vincolo di mandato. Se così fosse — secondo Meloni — una coalizione non dovrebbe neppure presentare un programma, perché vincolante.

Ritiene che la sua posizione sia inattaccabile, confortata anche da numerosi precedenti: perché nell’archivio della Camera dei deputati si possono ritrovare proposte di legge simili, presentate da autorevolissimi rappresentanti del centrosinistra. Uno di questi testi giace sulla sua scrivania, corredato da una serie di note a margine. Che Meloni ha scritto di suo pugno nonostante sia afflitta da una fastidiosa epicondilite e non ricorra più al supporto delle sigarette, dato che ha smesso di fumare. Insomma, se è vero che (quasi) tutti vogliono la riforma, non farla avvantaggerebbe l’indistinto mondo dei pareggisti.

Ma le trappole non potrebbero scattare solo in Parlamento. Ieri in una nota il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd e convinto bipolarista, ha lanciato un messaggio d’allarme alla maggioranza: «Stia attenta a non esser sconfessata prima del voto». Per spiegarsi ha citato la storia dell’avvocato torinese Felice Besostri, già senatore del Pd, che inondò di ricorsi le procure nazionali chiedendo e ottenendo l'intervento della Consulta contro l’Italicum. 

Alla fine Besostri riuscì a far annullare parti importanti della riforma voluta da Renzi. La nota di Ceccanti era molto tecnica ma dal forte contenuto politico. Perché il precedente potrebbe rappresentare una formidabile arma per i sostenitori del pareggio: «Perciò suggerirei delle correzioni», per evitare problemi allo Stabilicum.

Si vedrà se e in che modo saranno applicate. Una cosa però è certa. Qualora — per qualsivoglia motivo — il sistema di voto non cambiasse, Meloni si batterebbe per la vittoria del centrodestra con il Rosatellum. Ma farebbe un annuncio in campagna elettorale, avvisando che il suo partito non appoggerebbe governi di larghe intese in caso di pareggio. Sarebbe un modo per fare uscire allo scoperto una parte dei suoi alleati e per sfidare pubblicamente i suoi avversari: Schlein e Conte direbbero la stessa cosa nei comizi? Ci sono molti modi, secondo la premier, per difendere il bipolarismo.

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29 maggio 2026, 22:31 - modifica il 29 maggio 2026 | 22:43

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