L'AI può far decollare l'Italia
Bankitalia: la parola chiave è «trasformazione». Allo Stato il compito fondamentale di adottare strategie che mobilitino risorse
L'AI può far decollare l'Italia
Daniele Manca | 29 maggio 2026Bankitalia: la parola chiave è «trasformazione». Allo Stato il compito fondamentale di adottare strategie che mobilitino risorse
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Il capitolo si intitola in modo esplicito. «L’Intelligenza artificiale: la questione dell’adozione». Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, scandisce ancor di più le parole leggendo le sue Considerazioni finali. Il silenzio nella Sala del Consiglio a Palazzo Koch a Roma sede dell’istituto, è quello consueto. Ma è quel punto, così evidenziato e sottolineato, che indica quanto il governatore di Bankitalia veda nella nuova tecnologia la leva in grado di garantire all’Italia lo sviluppo necessario.
Ci sono cose alle quali un Paese da solo non può mettere mano. «La crescita mondiale è esposta a rischi più numerosi, più interconnessi e più difficili da governare rispetto al passato», dice il governatore. Ma abbiamo l’obbligo di metterci in grado di reggere in un quadro generale che si fa sempre più complicato. Pesano un’inflazione in salita (e tassi di interesse che potrebbero crescere per garantire la stabilità dei prezzi), tensioni geopolitiche crescenti con strategie delle grandi potenze che creano crisi, invece di tentare di risolvere quelle esistenti in maniera ordinata. Non approfittare della svolta tecnologica, così come accaduto negli anni Novanta, sarebbe un errore.
È un patto sul futuro al quale viene chiamato l’intero Paese, settore pubblico e privato, cittadini e imprese che può fare dell’AI il motore dello sviluppo e della modernizzazione nazionale. Disponendo peraltro di «punti di forza rilevanti: infrastrutture di calcolo tra le più avanzate d’Europa, una solida tradizione scientifica e universitaria, un ampio risparmio privato». La scintilla deve partire dall’investimento pubblico.
Lo dice chiaro Panetta: «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza, mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni... Una strategia in grado di mobilitare risorse: non sussidi generici, ma politiche mirate».
Partiamo da una condizione nella quale dal «2019 l’economia italiana ha mostrato una significativa capacità di tenuta». L’espansione è stata trainata dagli investimenti e sostenuta dalle esportazioni. La gestione prudente dei conti e delle finanze pubbliche — continua Panetta — ha rafforzato la fiducia degli investitori impedendo che gli shock internazionali si trasformassero in crisi domestiche.
Ma «lo slancio si è attenuato». La combinazione di crisi geopolitiche, l’economia tedesca in rallentamento, la domanda interna frenata dalla perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni, ha fatto sì che il Pil nel 2025 sia aumentato dello 0,5 per cento: meno della metà della media dell’area dell’euro. L’attacco all’Iran di America e Israele e la successiva crisi del Golfo Persico ha indebolito «prospettive già fragili».
Torna centrale il nodo della competitività. «Senza un deciso aumento della produttività, l’economia italiana potrebbe restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti» dice il governatore, «dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario, è cresciuto di appena il 6 per cento contro incrementi compresi tra il 13 e il 34 per cento degli altri grandi Paesi dell’area euro».
Scarsa innovazione, i bassi livelli di capitale umano, la dipendenza energetica, da decenni frenano l’Italia. Sull’energia stiamo agendo ma si deve accelerare su fonti rinnovabili, potenziamento delle reti e efficienza energetica. Sulla formazione conosciamo bene i limiti di un Paese dove solo un diplomato su due sceglie di continuare gli studi contro i 3 su 4 francesi e ormai anche spagnoli. Sappiamo quanto pesino su una demografia già difficile quei 100 mila laureati che tra il 2020 e il 2024 se ne sono andati all’estero.
Ma è sulla scarsa innovazione che possiamo e dobbiamo avere uno scatto. Siamo ancora nella fase iniziale dell’adozione dell’AI nel mondo. Inutile perdersi nella disanima su ritardi o incongruenze o peggio mancanza di attori nazionali o europei che pure restano problemi reali. L’Europa può e deve fare molto. A cominciare da quel debito comune che per il solo fatto di esistere potrebbe garantire iniziative coordinate di investimenti di interesse europeo. Come quelli sulla tecnologia.
Ma cullarsi nell’attesa che i 27 governi decidano sarebbe più che miope. Invece «occorre agire con rapidità», dice Panetta. Ci sono rischi nell’AI, certo. Come quelli relativi al lavoro. Ma è vero che le «grandi innovazioni non si limitano a rendere obsolete alcune professioni: ne generano di nuove» e che oggi il 60 per cento degli occupati svolge mansioni che ottant’anni fa non esistevano. Andranno previste reti di protezione per chi vedrà scomparire il proprio impiego ma anche quella formazione continua necessaria per stare al passo della nuova tecnologia.
La parola chiave è proprio trasformazione. L’AI viene infatti compresa nella famiglia di quelle tecnologie «trasformative», come altre furono in passato, si pensi all’elettricità. Con una differenza: la velocità di utilizzo. Nel giro di 15 mesi il 23 per cento degli adulti americani aveva usato Open AI, uno dei modelli di intelligenza artificiale. Ci sono voluti 72 anni affinché nelle case del 90 per cento degli americani arrivasse il telefono. Ma — spiega ancora Panetta —: come tutte le tecnologie trasformative di uso generale, sta ridefinendo il modo in cui si produce, si lavora e si prendono decisioni generali.
Il potenziale legato a una massiccia e profonda adozione dell’AI «non si realizzerà automaticamente: dipenderà dal grado di diffusione tra le imprese — a partire da quelle piccole e medie — e dalla capacità di integrarla nei processi produttivi». Non si tratta solo di ritardi. La quota di aziende che ricorre all’AI è salita al 30 per cento. Ma appena il 5 per cento ne fa un uso intensivo. Nella maggior parte dei casi l’impiego resta confinato ad applicazioni semplici che accrescono — appunto — la produttività individuale ma non trasformano in profondità i processi aziendali». Serve ambizione. La stessa che ci ha portati a essere la seconda potenza manifatturiera d’Europa, tra i primi 4 Paesi esportatori al mondo. Il richiamo è alle imprese. Ma soprattutto a quella mano pubblica che deve uscire dalla logica delle emergenze e dei sussidi generici per approdare a quella più difficile quanto necessaria delle politiche orientate al futuro.
Iscriviti alle newsletter di L'Economia
Le idee di Ferruccio de Bortoli e Daniele Manca
I fatti e le persone letti attraverso la lente dell'economia.
E non dimenticare le newsletter
L'Economia Opinioni e L'Economia Ore 18
29 maggio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Daniele MancaL'AI può far decollare l'Italia
Venerdì 29 maggio 2026 di Antonio PolitoLe divisioni dietro alle assenze
Giovedì 28 maggio 2026 di Massimo GaggiGiovani americani contro l’AI perché ruba loro il futuro
Giovedì 28 maggio 2026 di Rita QuerzeLa crisi dell'industria può attendere
Giovedì 28 maggio 2026 di Sabino CasseseLa crisi (silenziosa) dello Stato
Giovedì 28 maggio 2026 di Bernard SpitzL'Europa e il blocco mediterraneo
Giovedì 28 maggio 2026 LEGGI TUTTI Daniele MancaLe Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione
Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.
Iscriviti