Se D'Annunzio fosse vivo starebbe a Netflix
Corriere della Sera - Cultura

Se D'Annunzio fosse vivo starebbe a Netflix

Venerdì 29 maggio 2026
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Questione di marketing. Continuano gli articoli del comico Daniele Gattano per le pagine culturali del «Corriere», questa volta esplora le campagne promozionali di serie tv e film

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Se D'Annunzio fosse vivo starebbe a Netflix

di Daniele Gattano

Questione di marketing. Continuano gli articoli del comico Daniele Gattano per le pagine culturali del «Corriere», questa volta esplora le campagne promozionali di serie tv e film

Daniele Gattano

Gabriele D’Annunzio muore cadendo da cavallo all’età di diciassette anni.
La notizia arriva in anteprima alla «Gazzetta della domenica» di Firenze a firma di G. Rutini.

G. Rutini non esiste è un nome di fantasia, se l’è inventato Gabriele D’Annunzio. La notizia pure, sempre inventata da D’Annunzio. Il suo obiettivo è quello di farsi pubblicità per lanciare l’uscita della sua prima raccolta di poesie: Primo Vere.

Se oggi fosse vivo, Gabriele D’Annunzio lavorerebbe per Netflix.
Non come sceneggiatore (visioni diverse…) ma come responsabile del marketing.

Il responsabile marketing di Netflix dev’essere il lavoro più bello del mondo, puoi dire: «Per il lancio di Zerocalcare ho un’idea. Affittiamo il Circo Massimo, lo facciamo tipo sala giochi con duecento cabinati vintage, e chiamiamo a cantare Coez».

E ti senti rispondere: «Perfetto! Siamo anche sotto budget».
Fossi Zerocalcare vedendo quello che hanno tirato su per il lancio della serie avrei pensato: «Potevo chiedere più soldi».
Ora non dico di fare come per Le città di pianura che sull’invito della première c’era scritto: «Venite già mangiati». Ma nemmeno prendere duecento cabinati vintage. Che fine faranno? Li avete affittati, vero? Me lo chiedo io. Se lo chiede Greta Thunberg.

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Io e Greta ci chiediamo anche come sono state smaltite le due enormi scarpe rosse, alte quattro metri, posizionate fuori dalla Rinascente di Milano per il lancio de Il diavolo veste Prada 2.
Un mega party privato in cui c’erano tutti. Tutti, tranne gli attori del film.
Eppure c’erano le transenne. Io ho un concetto di transenna molto classista, se mi metti la transenna ci deve essere Meryl Streep, non Federica Panicucci.
Proprio è svilente per la transenna stessa, avrà pensato: «Ma a cosa servo?».
La stessa transenna si è però dimenticata che ha fatto di peggio. A luglio 2023 transennava un tir rosa colmo di influencer vestiti di rosa per il lancio di Barbie.

Ho molta paura di cosa succederà per l’uscita de l’Odissea di Nolan. Temo un enorme cavallo di Troia fuori dalla Stazione Termini.
Temo l’invito con la specifica: «dress code omerico/epico».
Temo cosa indosserà Michele Bravi, uno che la questione dress code la prende sempre molto seriamente. Una volta hanno invitato anche me alla prima di un film. C’erano degli influencer entusiasti di farsi le foto con dietro il titolo di un film a cui non hanno partecipato. Io mi son detto: «La prossima volta che mi invitano alla prima di un film, nel film devo esserci io». E così sono passati tre anni.

Poi sono tornato a casa con una scatola piena di oggetti inutili, la scatola la chiamavano: «mistery box», gli oggetti inutili: «gadget esclusivi».
Però da lì ho capito come funziona, e mi sono venute due ottime idee per il lancio dell’Odissea: le ragazze del catering vestirle da maga Circe con delle tartine al prosciutto cotto (rimando alla trasformazione in porci, chi lo coglie apprezza) e nella mistery box un portachiavi a forma di occhio (rimando a Polifemo, chi lo coglie apprezza). E mi raccomando le transenne. Tante.

29 maggio 2026

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