Al-Salwini, una storia incredibile
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Al-Salwini, una storia incredibile
di Fortunato CerlinoQuando ho sentito Antonio Tajani dichiarare che il suo cognome potrebbe avere origini legate a un maestro dell’Islam africano, per poco non cadevo dalla sedia.
Sono anni che mi occupo di queste cose. Ci ho dedicato la vita. In particolare sono esperto di confraternite sufi del Maghreb e dell’Andalusia islamica. Ho consumato gli occhi su manoscritti introvabili. Ho viaggiato (a spese mie) tra archivi corrosi dall’umidità sparsi nel mondo. Ho raccolto cronache dimenticate da secoli. Quando ho portato i miei studi in giro per università, istituti di ricerca e riviste, mi hanno sempre riso dietro. Il mio stupore non è stato tanto per le parole di Tajani. So bene che il Mediterraneo è un immenso archivio di nomi mescolati, sangue incrociato, lingue contaminate. Ma quelle parole mi hanno restituito coraggio. Così ho deciso finalmente di riprendere in mano ciò che ho scoperto anni fa e che, fino a oggi, nessuno ha voluto prendere sul serio.
Si tratta del cognome: Salvini.
Sulla base di studi approfonditi su alcuni testi conservati tra Fez e Tlemcen e attribuiti a una piccola scuola mistica del XIII secolo, posso sostenere, senza paura di essere smentito, che il cognome Salvini potrebbe discendere direttamente da Abu Ibrahim al-Salwini.
Secondo le cronache, questo grande maestro spirituale nacque intorno al 1210 nei pressi di Béjaïa, nell’attuale Algeria, in una famiglia poverissima di commercianti e scribi. La sua giovinezza coincide con uno dei periodi più devastanti del Maghreb. Guerre dinastiche, carestie, incursioni tribali, collasso delle rotte commerciali. Aveva appena tredici anni quando il suo villaggio venne saccheggiato e dato alle fiamme. Fuggì insieme alla madre, due sorelle e uno zio cieco. Per anni attraversarono deserti e città portuali vivendo di elemosina, dormendo nelle moschee, sotto i caravanserragli, tra mendicanti e pellegrini. In un manoscritto attribuito a un suo discepolo si legge che il giovane al-Salwini: «Vide bambini morire di sete sotto il sole. Uomini e donne respinti dalle città e dai popoli. Comprese che la crudeltà più grande non è uccidere un uomo, ma negargli un rifugio».
Durante una traversata verso Almería, in Andalusia, una tempesta fece affondare l’imbarcazione su cui viaggiava la famiglia. Morirono sua madre e le sorelle. Lui sopravvisse aggrappato a un relitto insieme allo zio cieco. Secondo la tradizione, fu quella notte a trasformarlo.
Anni dopo scriverà: «Quando il mare ti strappa tutto, capisci che nessuna terra ti appartiene davvero. L’unica patria possibile è la misericordia».
La sua formazione spirituale richiama i grandi maestri del sufismo, soprattutto Ibn Arabi e Jalal al-Din Rumi. Come loro, al-Salwini insegnava che Dio non appartiene a un popolo, a una razza o a una frontiera. Uno dei frammenti più sorprendenti dei suoi insegnamenti dice: «L’uomo che ama soltanto il proprio popolo non ha ancora compreso la vastità di Allah». Nei testi attribuiti alla sua confraternita ritorna continuamente l’immagine del viandante. Per al-Salwini il migrante, il pellegrino, il naufrago e lo straniero possiedono una dignità spirituale speciale, perché ricordano all’uomo la sua natura fragile e transitoria. Si racconta che imponesse ai suoi discepoli di mangiare, ogni venerdì, insieme agli stranieri arrivati in città e ascoltare le loro storie prima della preghiera. Diceva: «Prima di chiedere a un uomo quale sia la sua fede, chiedigli se ha fame». E ancora: «Benedetti coloro che salvano chi affonda nel mare, perché Allah ama più la mano che soccorre della bocca che prega».
Insegnamenti del tutto coerenti con la tradizione mistica islamica. Nel sufismo autentico, infatti, l’amore verso il prossimo è una delle manifestazioni più alte della vicinanza a Dio. Lo stesso Ibn Arabi scriveva: «Il mio cuore è divenuto capace di ogni forma».
Una frase attribuita agli ultimi anni di al-Salwini recita: «La casa di Allah ha infinite stanze».
Ora, lo so che queste mie supposizioni faranno arricciare il naso agli storici e agli esperti, ma la mia ipotesi non si basa soltanto sulla straordinaria assonanza tra Salvini e al-Salwini. Sono venuto in possesso infatti di alcune carte, attribuite ai discepoli della sua confraternita, che raccontano gli ultimi anni della vita del maestro. Ormai anziano, al-Salwini avrebbe avuto un’ultima visione del Profeta che gli avrebbe ordinato di lasciare il Maghreb e portare il suo messaggio verso l’Occidente. Al-Salwini avrebbe dovuto gettare i semi di una nuova era, in cui i popoli non sarebbero più stati divisi dalle appartenenze tribali, dalle differenze dogmatiche o dalla paura reciproca. Gli uomini avrebbero finalmente compreso che esiste un solo Dio e un unico popolo unito dall’unica legge davvero universale: quella dell’amore, della fratellanza, del mutuo soccorso e dell’accoglienza.
Scrive uno dei suoi discepoli: «Nel Regno di Dio nessuno è straniero».
Così il vecchio maestro partì. Le ultime testimonianze certe lo collocano dapprima nei porti della Provenza, poi lungo le antiche vie commerciali che risalivano verso il nord della penisola italiana. Ed è qui che la storia assume contorni quasi incredibili. Alcuni frammenti ritrovati in un archivio monastico parlano infatti di un anziano sapiente orientale stabilitosi negli ultimi anni della sua vita a Pontida, sulle rive del Brembo, nelle terre che secoli dopo verranno chiamate Padania. Secondo alcune testimonianze, al-Salwini trascorse i suoi ultimi giorni insegnando a pellegrini, contadini e viandanti che: «Nessuna terra appartiene agli uomini, ma tutti gli uomini appartengono alla terra di Dio». Le cronache raccontano che morì seduto sotto un albero, poco dopo aver pronunciato queste parole: «Dove un bambino smette di tremare per la paura, lì comincia il Regno di Dio».
Ancora oggi, raccontano alcuni anziani del posto, nei giorni successivi al raduno della Lega, piccoli gruppi di pellegrini sconosciuti di tutto il mondo e di tutte le religioni, si ritrovano sulle rive del Brembo per rendere omaggio al loro maestro.
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