Le divisioni dietro alle assenze
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Le divisioni dietro alle assenze

Giovedì 28 maggio 2026
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Verso il voto: da Confindustria a Kiev fino al tema della sicurezza il centrosinistra sta pagando il mancato coraggio di scegliere

Cos'è successo a Sinner, oggi: la lotta con il suo «fantasma», le urla di Vagnozzi, il devastante effetto a catena. «Non è solo il caldo»

Le divisioni dietro alle assenze

Antonio Polito | 28 maggio 2026

Verso il voto: da Confindustria a Kiev fino al tema della sicurezza il centrosinistra sta pagando il mancato coraggio di scegliere

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Nessuno dei pur due aspiranti alla carica di candidato-premier del Campo largo, né Schlein né Conte, è andato all’Assemblea di Confindustria. Perché? Disinteresse o distanza? Ce l’hanno con gli imprenditori o non li considerano un interlocutore utile per quando saranno al governo?
Nessuno dei due, né Schlein né Conte, è mai andato a Kiev in questi quattro anni e tre mesi di guerra, succeduti all’invasione russa. Perché?

Vogliono segnalarci una freddezza verso la resistenza ucraina o temono di apparire poco «pacifisti» presso i loro elettori? Questo distacco prelude a un cambiamento di linea dell’Italia in politica estera se vinceranno le prossime elezioni? Nessuno dei due, né Schlein né Conte, ha attribuito un valore politico ai fatti di Modena. Anche se, come pare, l’attentatore ha agito per un disagio sociale o psichico, l’effetto sull’opinione pubblica è stato però «politico», ha riacceso un allarme sull’immigrazione di origine islamica e sulla sicurezza delle nostre città. Un allarme tale che avrebbe potuto indebolire il governo, responsabile dell’ordine pubblico, se l’opposizione l’avesse utilizzato. Solo Conte, forse memore di aver firmato i decreti Salvini quando governava con lui, ha accennato all’intenzione di una sua proposta sul tema della sicurezza. Speriamo.

Quando si discute di che cosa manca al Campo largo («Campo dell’alternativa», lo ha già ribattezzato il suo agrimensore, Goffredo Bettini), ecco: è questo che manca. Un’idea, e una iniziativa, sulla crescita economica, sulla politica internazionale, su sicurezza e immigrazione. Hai detto niente!
Alle domande sulla leadership, dal Campo solitamente si risponde rimarcando l’elevato numero di personalità di valore di cui dispone: ne abbiamo tanti, di leader, che non abbiamo bisogno di trovarne subito uno, siamo una squadra noi, altro che donna sola al comando. L’obiezione ha una sua plausibilità. Ma allora era forse Fratoianni (lui presente) l’inviato della «squadra» presso gli industriali? Rappresentava lui il Campo largo sull’economia? Oppure lo rappresentava Gentiloni nelle sue numerose visite a Kiev, o Silvia Salis quando chiede più polizia e sicurezza nelle città?
Chiunque segua un po’ la politica sa che non è così, perché i tanti «leader» si marcano stretto e non si fidano l’uno dell’altro: Conte odia Renzi, Schlein teme Gentiloni, e tutti e due vogliono la Salis fuori dalle scatole. Ma io sono più pessimista: magari fossero solo gelosie interne. È più probabile che il disaccordo su queste tre questioni cruciali sia così ampio tra gli elettori stessi del Campo da sconsigliare ogni forma di delega. Se Fratoianni parlasse agli industriali, addio riformisti e renziani. Se Gentiloni fosse l’inviato presso gli ucraini, chi lo sente Di Battista? E se Salis, o Gualtieri, o Manfredi, dessero i «taser» alla polizia locale, antagonisti subito in piazza contro la «deriva securitaria».

Insomma: è un problema politico, non (solo) di ambizioni e personalismi. Ed è un problema che va affrontato (non dico risolto, ma affrontato) prima che l’autunno porti con sé la campagna elettorale. Per quanto stia «irrompendo sulla scena politica la straordinaria esperienza civica promossa da Alessandro Onorato», notizia che colpevolmente non avevamo visto arrivare ma di cui ci informa lo stesso Bettini, sembra difficile infatti che ci sia il tempo di aspettarne l’avvento risolutore.
Si dirà: anche il centrodestra è diviso. Vero. Ma l’onere della prova, di saper cioè governare in caso di vittoria, spetta a chi si propone di farlo. Degli altri già si conoscono difetti e pregi, compreso il fatto che sono rimasti insieme pur di durare fino a un record di longevità. Mentre le precedenti esperienze del centrosinistra dopo un successo elettorale non depongono bene da questo punto di vista.

In una cena di persone perbene e di valore, ho ascoltato una signora lanciarsi in questo appello appassionato: «All’Italia serve un governo di non-destra. Non importa come sia fatto né quanto tempo durerà». Mentre per la «non-destra» esiste forse un potenziale consenso maggioritario, c’è da dubitare che si esprimerebbe a qualunque costo per il Paese, turandosi il naso.

28 maggio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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