Avatar, artisti e identità digitale
Corriere della Sera - Cultura

Avatar, artisti e identità digitale

Giovedì 28 maggio 2026
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La ricerca visiva contemporanea  si è interrogata sul potenziale degli avatar, ora come  forma di auto-rappresentazione, ora come ricerca estetica, politica e culturale, ora come riflessione sulle radici. I casi di Beeple,  Krista Kim, Park Chan-kyong e  Refik Anadol

VENERDì 29 MAGGIO 2026

Avatar, artisti e identità digitale

La ricerca visiva contemporanea  si è interrogata sul potenziale degli avatar, ora come  forma di auto-rappresentazione, ora come ricerca estetica, politica e culturale, ora come riflessione sulle radici. I casi di Beeple,  Krista Kim, Park Chan-kyong e  Refik Anadol

di STEFANO BUCCI

Negli ultimi anni, il mondo dell'arte visiva ha assistito a una crescente intersezione fra tecnologia, identità digitale e creatività, portando alla nascita di avatar come nuovi strumenti espressivi e simboli culturali.

Tra gli artisti che hanno esplorato il potenziale degli avatar come mezzi di comunicazione,auto-rappresentazione e critica sociale c’è l’americano Beeple, pseudonimo di Mike Winkelmann (1981) che, pur essendo principalmente conosciuto per le sue opere di digital art e per aver venduto un suo Nft all'asta da Christie's per quasi 70 milioni di dollari, ha anche sperimentato con avatar digitali come strumenti di narrazione e engagement. La sua capacità di creare immagini ipertestuali e di integrarle in mondi virtuali ha aperto nuove vie per l'espressione artistica, enfatizzando il ruolo degli avatar come rappresentazioni dinamiche e personalizzate di identità multiple.

Un'altra voce contemporanea che ha rivoluzionato il concetto di avatar è Krista Kim. Artista e designer digitale canadese-coreana, Kim (1976) ha mostrato come gli avatar possano incarnare ideali utopici e speranze future in un mondo sempre più dominato dal virtuale. La sua collezione di avatar virtuali, spesso creati per ambienti di realtà aumentata e metaverso,si concentra sulla fusione tra arte, tecnologia e spiritualità, invitando gli spettatori a riflettere sulla propria presenza digitale e su come questa possa essere plasmata in modi estetici e significativi. Attraverso le sue creazioni, gli avatar diventano strumenti di empowerment e di auto-espressione, elementi fondamentali in un ecosistema di identità multiple e fluide.

L’artista sudcoreano Park Chan-kyong (1965) ha identificato a sua volta nel suo lavoro un focus particolare sui temi di identità, diaspora e cultura digitale. La sua collaborazione con piattaforme di gaming e social media ha portato alla creazione di avatar che incarnano aspetti della cultura vietnamita e delle esperienze migratorie. Attraverso questi avatar, Park Chan-kyong denuncia le sfide dell'esilio, della memoria collettiva e delle rappresentazioni culturalmente autentiche in un ambiente digitale, creando opere che sono allo stesso tempo iconiche e professorali. La sua pratica sottolinea come gli avatar possano essere strumenti di resistenza e di rivendicazione identitaria,trasformando lo spazio digitale in un palcoscenico di narrazione culturale.

Il nome di Refik Anadol (Istanbul, Turchia, 1985) emerge con particolare rilievo nel panorama degli artisti visivi impegnati con il tema dell'avatar. Noto per le sue installazioni immersive e per l’utilizzo di intelligenza artificiale e machine learning, Anadol ha esplorato come gli avatar possano essere generati e interpretati attraverso algoritmi e dati. Le sue opere spesso generano personaggi digitali che funzionano come estensioni del proprio sé virtuale, permettendo agli utenti di interagire con ambienti digitali e riconfigurare la propria identità attraverso processi algoritmici. La sua ricerca si concentra sul rapporto tra memoria, identità digitale e percezione estetica,trasformando l’avatar da semplice rappresentazione a protagonista di una narrazione sensoriale e concettuale. Attraverso queste creazioni, Anadol contribuisce a ridefinire il confine tra umano e macchina, aprendo nuovi orizzonti per l’arte contemporanea in un’epoca di continuo divenire digitale.

In conclusione, gli artisti contemporanei che hanno creato e manipolato gli avatar propongono una vasta gamma di approcci e intenti: dalla ricerca estetica e spirituale di Krista Kim alla critica culturale di Park Chan-kyong, dall’innovazione tecnologica di Beeple alle riflessioni su identità e tecnologia di Refik Anadol. Ognuno di loro dimostra come l’avatar possa essere molto più di una semplice immagine digitale,diventando uno strumento potente per esplorare le complessità dell’io, della cultura e della società nell’epoca digitale. La loro opera contribuisce a ridefinire (al pari di Lu Yang all’Espace Louis Vuitton di Venezia) il ruolo dell’artista e dell’opera d’arte in un mondo sempre più interconnesso e virtuale, sottolineando come, nel XXI secolo, l’identità possa essere modellata, trasformata e esplorata attraverso le tecnologie più avanzate e le pratiche artistiche più innovative. In questo contesto, l’avatar diventa simbolo di una società che oscilla tra realtà e virtualità, tra individualità e collettività, aprendo nuove prospettive per il futuro dell’arte contemporanea.

Nell'immagine: l'istallazione immersiva di Refik Anadol a Casa Batlló a  Barcellona: le creazioni digitali funzionano come estensioni del sé virtuale dell'artista (foto Josep Lago / Afp).

Su «la Lettura» #756 in edicola e nell'App Stefano Bucci si occupa del progetto video-narrativo «Doku The Illusion» di Lu Yang, basato sulla informatizzazione del volto dell'artista, ospitato fino al 4 ottobre all'Espace Louis Vuitton di Venezia (calle del Ridotto, 1351), a  cura di Claire Steabler.

28 maggio 2026 ( modifica il 28 maggio 2026 | 20:48)

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