Willem Dafoe, direttore di Biennale Teatro: «Escludere le opere dei Paesi in guerra? No, l'arte è dialogo»
Il direttore presenta il festival a Venezia dal 7 al 21 giugno: «Oggi la gente è preoccupata dall'Ai ma l'essenza del teatro è nel piacere di condividere un’esperienza collettiva, anche se non c’è la perfezione»
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Willem Dafoe, direttore di Biennale Teatro: «Escludere le opere dei Paesi in guerra? No, l'arte è dialogo»
di Sara D'AscenzoIl direttore presenta il festival a Venezia dal 7 al 21 giugno: «Oggi la gente è preoccupata dall'Ai ma l'essenza del teatro è nel piacere di condividere un’esperienza collettiva, anche se non c’è la perfezione»
Willem Dafoe
L’unicità. Forse è questa la chiave per comprendere quel filo che per Willem Dafoe sottende il secondo Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia che dal 7 al 21 giugno prenderà forma in diversi luoghi della città, dall’Arsenale, dove andrà in scena la nuova creazione del Leone d’Oro Emma Dante, dedicata a Basile, ma anche in un appartamento di Ca’ Malcanton a Santa Croce, dove il giovane talento Mario Banushi, prossimo Leone d’Argento, metterà in scena il primo capitolo della sua trilogia Romance Familiare o nel Centro Servizi San Giobbe, dove vivono gli ospiti della residenza per anziani protagonisti di Promemoria, il nuovo lavoro di Davide Jodice. L’unicità e dunque la meraviglia. Dal 7 al 21 giugno 55 appuntamenti con dieci prime assolute, il nuovissimo College per gli attori e l’ormai classico College Teatro animeranno la città all’insegna dell’«Alter Native», dove alter rappresenta il cambiamento e native la propria natura. Ma non solo.
Dafoe, qual è il filo che lega «Alter Native»?
«Gli artisti che provengono da altri luoghi, vedono altre cose. E quello che abbiamo voluto fare qui, è stato fare una selezione che avesse una forza, una potenza, ma anche che potesse far vedere una qualche forma di unicità. L’unicità è la forza del teatro. Abbiamo anche cercato di far vedere qualcosa che di solito non può essere visto qui. In culture diverse la funzione del teatro è differente rispetto a quella che ha nella cultura occidentale e a volte è davvero molto più facile comprendere la bellezza e anche la forza, se è qualcosa che non ci è familiare».
Alcuni spettacoli sembrano rappresentare lo sradicamento di alcuni artisti.
«Molti degli artisti selezionati lavorano nelle culture dalle quali provengono, alle quali appartengono. E la cosa interessante era far vedere questi lavori che vengono da culture diverse, in maniera tale da dare un quadro d’insieme del teatro, e soprattutto far vedere il teatro come forma artistica totale».
La Biennale Arte, con il caso della Russia e di Israele, ha mostrato come in questo momento storico l’arte sia continuamente sollecitata dalla politica. Come si pone rispetto a questo tema?
«Capisco ci sia l’impulso a eliminare o a non far partecipare determinate persone o a non far vedere i loro lavori quando c’è di mezzo una guerra, ma io penso che l’arte debba essere il luogo in cui avviene un dialogo. D’altro canto mi sorprende anche vedere come quando scoppia un conflitto quello che si fa è andare a cercare le persone, portarle nelle ambasciate e riportarle a casa, quando sarebbe il momento di riunirsi e mettere insieme le energie».
Lei ha detto di cercare un teatro magari più imperfetto ma più vero. Crede che le diverse forme d’arte stiano facendo qualcosa per uscire dalla standardizzazione?
«Se c’è la perfezione, la familiarità, la gente è meno invogliate a entrare e vedere. Se invece si intravede l’imperfezione siamo più disposti a lasciarci coinvolgere. E questo è estremamente umano. Oggi la gente è preoccupata dall’intelligenza artificiale e ovviamente ci sono molte ragioni per esserlo, ma questo non ha nulla a che vedere con noi e con il teatro. Il teatro ha un’umanità molto forte. Forse sono io che vado contro la storia, ma la sua essenza è nel piacere di condividere un’esperienza collettiva, anche se non c’è la perfezione. In quanto attore quello che mi interessa è la qualità del fare, non il risultato».
C’è un’attenzione costante della Biennale ai giovani. Da quest’anno parte anche il College per gli attori che la vede docente. Il teatro resiste per i giovani o no?
«Sono i giovani che ci possono salvare dal ripetere gli schemi. Loro ci danno speranza, anche perché poi invecchiando le persone vengono “corrotte” da quello che cominciano a pensare. Ripongo molta speranza nel lavoro che stiamo facendo con i giovani. Amo andare contro la corrente attuale, che è quella di cercare di inserire tutto quello che è virtuale nel reale, di utilizzare device elettronici nella messinscena, ma in realtà la cosa interessante è vedere la bellezza dell’arte, è essere presenti nel “live theater”».
Non ci sono spettacoli suoi quest’anno.
«Avrei voluto ma avevo troppo da fare. Ho intenzione di lavorare su un pezzo teatrale per il prossimo anno. Poi vedremo dove finirà».
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28 maggio 2026 ( modifica il 28 maggio 2026 | 17:28)
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