Le brutte bandiere
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Le brutte bandiere
di Maria Angela Robustelli«Dottoressa, sono molto preoccupata. L’altra notte ho fatto un sogno che mi ha turbato molto.
Non uno dei soliti, in cui riduco A in poltiglia, relegandolo nel minuscolo spazio vitale di una lattina di piselli ma ho sognato in un modo incredibilmente vivido, direi quasi impressionante, di baciare sulla bocca Daniela Santanchè».
A quel punto la Dottoressa S, la mia povera psicoterapeuta, con la sua solita calma e imperscrutabilità da Sfinge, mi fa «Non si preoccupi, è normale».
«Beh, insomma”, sussulto “La baciavo con la lingua, capisce?! È grave», continuo io anche un po’ annaspando, «E a lei piaceva talmente tanto da essere totalmente in mio potere, al punto che, con la sola forza dell’indice la trasformavo, dallo stato solido a quello liquido, in una brutta macchia sul tappeto».
Allora lei, che per la prima volta tradiva un’espressione al limite con lo sconforto, mi chiede, «Scusi, ma cosa ha fatto prima di dormire?».
Focalizzata sull’obbiettivo di risoluzione dei miei traumi, ripercorsi mentalmente la serata incriminata che per la gran parte si era consumata nella lettura appassionata di un libro che avrebbe battuto anche il più feroce dei talk show, cui oggi siamo abituati, Le belle bandiere di Pier Paolo Pasolini, pubblicato da Editori Riuniti nel 1977.
Una raccolta folgorante tratta da una rubrica settimanale che teneva su una rivista molto seguita negli anni Sessanta, Vie Nuove, dove rispondeva senza filtri alle domande dei suoi lettori - metalmeccanici, amici intellettuali, ferventi cattolici passivo-aggressivi, giovani comunisti ingenui e nuovi fascisti sotto mentite spoglie - dispensando mazzate critiche a quella neonata società dei consumi che oggi, col senno di poi, avevano un sapore profetico e un’infinita tenerezza poetica.
Poi, come irretita dal richiamo insonne del mio televisore in soggiorno, incappai in un incontro imprevisto che si palesò come un agghiacciante resoconto della deriva che stava prendendo il servizio pubblico.
Nel pieno della seconda serata di Rai 3 - consueta parentesi di astrazione e ricongiungimento mediatico, tanto amata già ai tempi delle fruttuose nottate di studio all’università - mi trovai davanti il primissimo piano, ormai pelato, del mio vecchio amico E.
Quando lo conobbi ero una matricola e una giovane appassionata di teatro, lui, un ultras della Roma e giovane attore di provincia che aveva cominciato con la danza.
Non aveva particolari velleità o ideologie politiche, se non quella di sbarcare il lunario, come tutti noi all’epoca. Poi, non brillando particolarmente come mattatore in palcoscenico, aveva fatto un po’ di soldi con una soap opera di successo.
Quello che posso dire, per la cronaca, è che era il ragazzo più bello che avessi mai visto in vita mia. Con occhi assassini, fossetta impertinente sul mento e tanti capelli.
Dopo qualche anno ebbe il suo colpo di fortuna, un caimanesco matrimonio faraonico che gli aprì tutte le porte. E da lì cominciò la sua incredibile corsa all’Eldorado, nonché la sua modificazione genetica.
Diventò laziale e impegnato in politica; dapprima seduto al tavolo che conta durante le feste comandate, per poi inciampare in scaramucce familiari e saltare sul carro dei nuovi vincitori per salvare la pelle, senza mai nascondere tuttavia una certa diffidenza per le donne al potere.
Ma quel che è peggio, cominciò a perdere tutti i capelli, consacrandosi per tutti gli anni e le stagioni teatrali a venire, come il più grande attore d’annunziano.
Assistei quella notte a una monografia televisiva su Pasolini, un programma pretenzioso e fuorviante, dedicato alla figura del poeta e scrittore emiliano, che se l’avesse visto, si sarebbe rivoltato nella tomba.
Mi addormentai sul divano stremata da un corpo a corpo con la noia, l’imbarazzo per certe gravi affermazioni e l’incredulità che dall’alto di quel primo piano glabro, che brillava anche in controluce mentre leggeva ogni intervento sbagliando puntualmente la punteggiatura, credeva davvero che noi utenti ce la saremmo bevuta.
Concluso il mio resoconto ininterrotto, la Dottoressa S, riuscì a trovare, con la sua solita agilità sinaptica, una spiegazione tollerabile a quel sogno che per me aveva dell’indicibile.
Mi parlò di erotizzazione del conflitto, identificazione con l’aggressore e del valore simbolico di quel bacio come forma per annientare il potere, tutti concetti che avrebbero necessitato di almeno altre tre sedute.
Tornai a casa in metropolitana, e senza pensarci troppo, tirai fuori quel libro, che da giorni portavo con me.
E come ricompensa al mio spirito di ricerca terapeutica, trovai un articolo, Dannunziani in pantofole, in cui un lettore anonimo, attaccava violentemente Pasolini per aver definito D’Annunzio un pessimo poeta oltre che un pessimo cittadino, sostanzialmente un cafone e l’impresa di Fiume, una pagliacciata narcisistica travestita da anti-conformismo.
Pier Paolo rispondeva alle offese infamanti del lettore così, «Fascismo e poesia non possono mai coincidere, perché la poesia è amore fra gli umani. E forse, tale nobile sentimento è a lei, gentile Signore, sconosciuto. Perché lei è un fascista».
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