Il ritorno in Puglia di Nicoletta Manni, étoile della Scala: «Il Petruzzelli e la danza un legame speciale. Su quel palco si sente la memoria dei grandi»
L’1 giugno a Bari con il marito Timofej Andrijashenko. «Tornare qui ha un sapore speciale: in questa terra - racconta l’artista di Galatina - ci sono le mie radici, la mia storia»
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Il ritorno in Puglia di Nicoletta Manni, étoile della Scala: «Il Petruzzelli e la danza un legame speciale. Su quel palco si sente la memoria dei grandi»
di Francesco MazzottaL’1 giugno a Bari con il marito Timofej Andrijashenko. «Tornare qui ha un sapore speciale: in questa terra - racconta l’artista di Galatina - ci sono le mie radici, la mia storia»
C’è stato un tempo in cui dal Petruzzelli passavano tutti i giganti della danza: Rudolf Nureyev, Mikhail Baryshnikov, Carla Fracci, Martha Graham, Carolyn Carlson, Maurice Béjart, Pina Bausch, Margot Fonteyn, Roland Petit. E nell’Olimpo del teatro barese adesso sta per entrare Nicoletta Manni, étoile della Scala cresciuta tra il Salento e i sogni, a un certo punto diventati realtà. «Tornare qui ha un sapore speciale: in questa terra - racconta l’artista di Galatina - ci sono le mie radici, la mia storia. E il Petruzzelli non è soltanto il teatro simbolo della Puglia, ma uno dei luoghi più prestigiosi e carichi di memoria della scena italiana».
Un teatro che negli anni Ottanta ha vissuto una stagione irripetibile per la danza. Gliene hanno parlato?
«Più che raccontarmelo, me l’hanno trasmesso. Mio padre studiava all’università di Bari in quegli anni e se li ricorda gli spettacoli di Pina Bausch e Maurice Béjart. Conserva fotografie, programmi, emozioni. Il Petruzzelli si porta addosso quella storia. E salire su quel palco significa inevitabilmente sentirne il respiro».
Succederà lunedì, quando Nicoletta Manni inaugurerà la rassegna «Extra» dell’ente lirico con La gioia di danzare, spettacolo ispirato alla sua autobiografia. Accanto a lei il marito, Timofej Andrijashenko, primo ballerino della Scala, e alcuni tra i migliori interpreti del corpo di ballo del Piermarini.
Manni, danzare è gioia, ma anche sacrificio e dolore fisico. Dove nasce davvero la felicità?
«Quando insegui un sogno autentico, il sacrificio cambia peso. La danza è una vocazione. E poter vivere facendo ciò che ami è un privilegio».
Come cambia il rapporto artistico quando fuori scena esiste un legame così forte come quello con Timofej?
«In realtà la nostra intesa artistica nasce prima dell’amore. Ci siamo incontrati sul palco e lì abbiamo imparato ad ascoltarci. Poi il sentimento ha reso tutto ancora più intenso: in scena emerge una verità che arriva direttamente al pubblico. E il cuore dello spettacolo è proprio questa felicità condivisa, di danzare e vivere insieme».
C’è un balletto che sentite particolarmente vostro?
«Sicuramente Romeo e Giulietta. È il titolo che ha intrecciato per sempre le nostre vite, quando all’Arena di Verona, davanti a tredicimila persone, Timofej mi ha chiesto di sposarlo».
Nei panni di Cupido c’era Roberto Bolle.
«È stato tra i primi a credere in me. Mi volle nei suoi spettacoli quando avevo appena ventidue anni ed ero stata nominata prima ballerina. Fu un gesto di grande fiducia. Io ero giovanissima, lui già una leggenda».
Poi è arrivato anche per lei il titolo di étoile.
«Alla Scala è un riconoscimento riservato a pochissimi. Più che un traguardo, lo vivo come una responsabilità: soprattutto verso i giovani che mi guardano come un esempio».
Come avete costruito “La gioia di danzare”?
«Ogni tappa ha un’anima diversa. Alterniamo grandi pagine del repertorio classico a creazioni contemporanee. Per il Petruzzelli porteremo coreografie di Mauro Bigonzetti, Philippe Kratz e Jean-Christophe Maillot. Il finale, invece, resta sempre lo stesso perché parla delle mie radici: una creazione di Patrick De Bana costruita sulle note di Beddha ci dormi, con gli arrangiamenti di Paolo Buonvino per l’Orchestra Popolare della Notte della Taranta e la voce di Diodato».
A proposito di radici, sarà felice per il Lecce.
«Orgogliosissima che sia rimasto in serie A. Per noi salentini è qualcosa che va oltre il calcio».
Quando ha capito che la danza sarebbe stata la sua vita?
«La verità è che la danza c’è sempre stata. Ho iniziato quasi per gioco a due anni e mezzo, osservando mia madre che la insegnava. Poi, crescendo, ho sentito il desiderio di tentare l’audizione all’Accademia della Scala. Avevo dodici anni. E la mia famiglia mi è stata accanto in ogni momento, soprattutto nei più difficili».
Qual è stato l’ostacolo più duro?
«La lontananza da casa. A quell’età imparare a convivere con la solitudine non è semplice. Però nel convitto si creavano legami fortissimi: tra compagne ci sostenevamo a vicenda. Anche quell’esperienza mi ha formata».
Cosa direbbe oggi a quella bambina?
«Che è stata coraggiosa. E ai ragazzi dico di non avere paura dei sogni, di lavorare con costanza: i sacrifici, prima o poi, vengono ripagati. Ho sempre creduto nella meritocrazia».
Nella sua autobiografia definisce la danza una forma di meditazione.
«Lo è davvero. Mi accompagna nella preparazione, nel silenzio prima di entrare in scena. E poi sul palco, dove riesco a sentirmi completamente libera e autentica».
Carla Fracci le consigliò per “Giselle” di essere “meno ballerina”.
«Voleva dirmi: smetti di pensare al gesto perfetto e vivi davvero quello che stai raccontando. Aveva ragione. Qualche mese prima di lasciarci venne in sala prove mentre con Timofej stavamo preparando lo spettacolo. Non dimenticherò mai il modo in cui ci parlava del personaggio: nei suoi occhi c’era ancora tutta la magia della sua Giselle entrata nella storia».
Nel suo percorso ci sono state altre figure decisive come Alessandra Ferri e Olga Chenchikova.
«Ogni incontro importante lascia un’eredità. Ho imparato ad affrontare i ruoli, a fidarmi delle emozioni, a rialzarmi dopo le difficoltà. In questo mestiere bisogna avere ogni giorno l’umiltà di ricominciare, inseguendo una perfezione che, in fondo, non esiste».
Viviamo in un’epoca che pretende tutto e subito.
«E anche la danza risente di questa velocità. Ma l’arte ha bisogno di tempo, profondità, pazienza. Se affronti tutto in modo superficiale, sul palco alla fine si vede».
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