Le scelte possibili e l’Europa
Servono riforme e regole più snelle. Non scarichiamo i nostri mali sulla Ue. La burocrazia è un ostacolo alla crescita
Sinner e il costo della disattenzione. Perché ci riguarda tutti (e come combatterla)
Le scelte possibili e l’Europa
Carlo Cottarelli | 27 maggio 2026Servono riforme e regole più snelle. Non scarichiamo i nostri mali sulla Ue. La burocrazia è un ostacolo alla crescita
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Gli interventi del presidente della Confindustria Orsini e della premier Meloni all’Assemblea della Confindustria hanno suscitato in me sentimenti contrastanti. Da un lato, ho apprezzato l’aver indicato l’eccesso di burocrazia come male fondamentale della nostra economia. Dall’altro, gli attacchi all’Europa mi hanno ricordato un film già visto: quello in cui all’avvicinarsi delle elezioni i leader politici italiani (in passato non solo quelli della destra nazionalista, ma talvolta anche quelli del centrosinistra) scaricavano sull’Europa tutta la responsabilità dei mali nostrani.
Da anni ripeto che la lenta crescita italiana è dovuta in primis all’ inefficienza della nostra burocrazia e che il problema può essere risolto solo investendo un grande capitale politico nella necessaria riforma, visto che le resistenze da superare saranno enormi. Due le dimensioni del problema. La prima è di semplificare norme, adempimenti e controlli inutili. Questo significa togliere potere a qualcuno e quel qualcuno si opporrà strenuamente a ogni azione. La seconda è gestire le pubbliche amministrazioni come si gestisce una qualunque azienda, ossia fissando obiettivi chiari, monitorandone il loro raggiungimento, e premiando chi ottiene risultati. Non vi devo spiegare perché fare questo sia difficile (ricordate come venne accolta la riforma della «buona scuola»?). Sono quindi felice che Meloni abbia deciso di costituire un «cantiere» per riformare la burocrazia in partenariato con Confindustria.
Detto questo, che centra l’Europa nei ritardi nel portare avanti queste riforme? Forse è colpa dell’Europa se finora quasi due terzi dei tempi di realizzazione di un programma di sviluppo edilizio sono dovuti ai tempi di attesa di permessi (e vedremo quanto il decreto casa cambierà le cose una volta uscito dal Parlamento)? È colpa dell’Europa se il disegno di legge per portare il merito nella pubblica amministrazione langue in Parlamento e ne parla in TV solo il ministro Zangrillo, spesso lasciato troppo solo nel contrastare la burocrazia? È colpa dell’Europa se le semplificazioni burocratiche delle ZES meridionali non sono state ancora estese al resto dell’Italia (è da un anno che ne parlo in queste colonne e un mese fa il governo ha detto che intendeva farlo; che aspetta?). È colpa dell’Europa se 4.000 progetti di rinnovabili sono bloccati dalla burocrazia (e dalla sindrome NIMBY)?
Aggiungo che se l’Italia non cresce è anche per altre cose che dovremmo fare noi, non l’Europa. Perché la pressione fiscale e la spesa pubblica sono vicino a massimi storici? Forse che l’Europa ci impedisce di fare una seria revisione della spesa che ci consenta di ridurre le tasse? Perché la legge delega sul nucleare è diventata una priorità solo nell’ultimo anno prima delle elezioni? Ce lo ha impedito l’Europa? Perché non abbiamo un piano decennale di immigrazione regolare (insisto sul regolare perché in Italia secondo me si deve entrare col permesso e non con gli sbarchi)? Perché siamo l’unico paese in Europa con un decreto milleproroghe annuale? Perché, se proprio dobbiamo sostenere chi è colpito dal caro energia, vogliamo farlo in deficit e non trovando le risorse tra i più di mille miliardi di spesa pubblica? Non è che le regole del Patto di Stabilità ce lo impediscano.
Certo, alcune direttive europee penalizzano troppo le nostre imprese. Un buon esempio è la direttiva sulla «due diligence», che richiede che le grandi imprese europee, in tutta la catena del valore che corre per l’orbe terracqueo, si assicurino del rispetto di certi diritti umani e ambientali, cosa peraltro impossibile, oltre che costosa. Ma qui non si tratta di «burocrazia», ma di scelte politiche prese a maggioranza dai Paesi Ue. E fra l’altro il governo italiano ha votato a favore di alcune di queste scelte, come proprio nel caso della «due diligence», sembra per ottenere in cambio concessioni su altri dossier cui teneva una parte del sistema industriale italiano.
Piuttosto che alimentare un generico senso anti-europeistico dovremmo da un lato risolvere i nostri problemi (la trave burocratica nel nostro occhio), e, dall’altro, formare alleanze sia al Consiglio che al Parlamento europeo per correggere scelte di specifiche parti politiche che penalizzino le nostre imprese. Certo è più facile fare dell’Europa un conveniente parafulmine, ma ricordiamoci che Boris Johnson e Nigel Farage, soffiando sul fuoco dell’anti-europeismo, hanno portato il Regno Unito alla Brexit. È questa davvero la strada che le nostre imprese e i nostri politici vogliono percorrere?
27 maggio 2026
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