Fabrizio Gifuni e il peso delle grandi ferite italiane: «Moro, Pasolini, Tortora ci parlano ancora»
Corriere della Sera - Cultura

Fabrizio Gifuni e il peso delle grandi ferite italiane: «Moro, Pasolini, Tortora ci parlano ancora»

Mercoledì 27 maggio 2026
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L’attore ospite al Festival della Tv di Dogliani: «La memoria in Italia ha perso valore, viviamo in un eterno presente»

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Fabrizio Gifuni e il peso delle grandi ferite italiane: «Moro, Pasolini, Tortora ci parlano ancora»

di Francesca Angeleri

L’attore ospite al Festival della Tv di Dogliani: «La memoria in Italia ha perso valore, viviamo in un eterno presente»

«Questo non è un lavoro per centometristi ma per maratoneti. I risultati li vedi dopo dieci, venti o anche trent’anni. Come per i corridori è facile perdere fiato e gambe, perdere anche la voglia. Devi mantenere il punto per anni. È una questione di resistenza». Fabrizio Gifuni sarà ospite della nuova edizione del Festival della Tv di Dogliani venerdì alle 18.15 in un incontro dal titolo Voci spezzate. Dal caso Moro al caso Tortora.

Gifuni, la sua profondità interpretativa cresce con gli anni. Come la vive anche in termini di responsabilità verso i personaggi, molto forti, che ha incarnato?
«La mia ricerca espressiva, da tempo, incrocia una parte della memoria storica del Paese. Mi accompagna soprattutto in teatro, che considero la mia vera casa. Dai primi anni del 2000 ho iniziato a lavorare su progetti originali miei. Con Giuseppe Bertolucci ho condiviso un lavoro dedicato al corpo di Pasolini, da allora incrocio cinema e teatro. Girava una fulminante battuta di Marlon Brando rispetto al cinema e al teatro: “Chi non sa fare né l’uno né l’altro, fa la televisione”. Oggi non è più così».

Anzi. Da primattore coinvolto: cosa pensa delle piattaforme?
«Innanzitutto che la qualità di scrittura e dei racconti si è elevata moltissimo. Per anni, la televisione era pensata per uno spettatore distratto. Oggi la serie televisiva è terreno di sperimentazioni bellissime. Gli amici ventenni delle mie figlie vedono Esterno notte e Portobello di Marco Bellocchio come fossero le “loro” serie».

La sua con Bellocchio è una liaison luminosa.
«Lo considero un patrimonio dell’umanità. Negli ultimi dieci anni ho fatto con lui due film, due serie televisive e un mediometraggio. La cosa incredibile è che io non sapevo che lui stesse preparando una serie su Moro e lui non sapeva che io da un anno stessi lavorando sulle carte di Moro per il teatro».

Che significato ha per lei incarnare ruoli come quello di Moro o di Pasolini o dello stesso Tortora?
«Sono figure che continuano a parlarci, io li definisco i “fantasmi” della nostra storia contemporanea. Ci sono due Italie: una che è arrivata a lambire i loro corpi e un’altra che li ha scavalcati, continuando però a inciamparci continuamente. Il mio lavoro ha a che fare anche con il restituire corpo a queste assenze. Ridare un volto, una voce, un respiro a figure che rischiano di diventare soltanto nomi nei libri di storia. E quando questo accade, quelle presenze tornano vive, soprattutto per le nuove generazioni».

I «fantasmi» non le fanno paura?
«I fantasmi sono corpi cui non è stata data degna sepoltura. Tornano a disturbarci e a raccontare di nuovo la loro storia nella speranza che venga ascoltata».

E ce ne sono tanti di fantasmi in Italia?
«È come se a partire dagli anni Ottanta il valore della memoria in questo Paese avesse progressivamente perso la sua funzione e la sua importanza. Ci è stato detto con insistenza che la memoria era una cosa inutile, faticosa, divisiva… e quindi che fosse meglio vivere in una specie di eterno presente in cui si può dire e fare tutto e il contrario di tutto».

C’è un fil rouge che unisce i ruoli di Tortora e Moro?
«Curiosamente la storia di Tortora poggia sulla stessa faglia storica di Moro. Portobello attraversa proprio il passaggio tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Tortora è un personaggio ponte tra le due epoche. Ho trovato una registrazione su Antenna 3 del 17 marzo 1978 in cui, durante il rapimento Moro, emerge un Tortora diversissimo: non il presentatore leggero, ma un cittadino con una schiena drittissima, non disposto a compromessi. E questo mi ha aiutato a capire anche perché sia stato lasciato così solo. Sono due figure diversissime, ma entrambe travolte da una violentissima privazione della libertà personale». 

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27 maggio 2026

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