Anilda Ibrahimi, un incontro nel nome delle donne: «La letteratura salva, racconto forza e solidarietà femminile»
La scrittrice albanese al festival delle culture «Quo Vadis?». Doppio incontro a Merano e a Bolzano
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Anilda Ibrahimi, un incontro nel nome delle donne: «La letteratura salva, racconto forza e solidarietà femminile»
di Martina Dei CasLa scrittrice albanese al festival delle culture «Quo Vadis?». Doppio incontro a Merano e a Bolzano
Arriva in Alto Adige la scrittrice albanese Anilda Ibrahimi, a «Quo Vadis? Festival delle culture e delle lingue». Un doppio evento, Ibrahimi sarà giovedì a Merano alla Mediateca Multilingue (ore 17.30) e venerdì a Bolzano alla Nuova Libreria Cappelli (ore 17.30): un excursus attraverso i suoi romanzi, che raccontano le sfide delle donne. In Italia la scrittrice albanese ha pubblicato con Einaudi cinque libri, tra cui Rosso come una sposa, L’amore e gli stracci del tempo e il nuovo romanzo Volevo essere Madame Bovary. Anilda Ibrahimi, cresciuta a Valona e laureata in letteratura a Tirana, dal 1997 vive a Roma.
Ibrahimi come sono le donne nei suoi romanzi?
«Soffrono. Portano il peso della vita sulle spalle. Ma non le descrivo mai come vittime. Hanno resilienza e una forza unica. E sono abitate da una forte solidarietà femminile. Nel senso più profondo e autentico del termine».
Il personaggio dei suoi libri a cui è più legata?
«Saba, la protagonista di Rosso come una sposa. Una donna che, nonostante le violenze e abusi subiti rifiuta di sottomettersi. Di essere vittima. E, seppure forse inconsapevole, porta avanti le sue battaglie con grande determinazione e forza di volontà. Con Saba, data in sposa ancora ragazzina, ho raccontato una donna che ripara. Che ricuce con ago e filo gli strappi, i torti subiti e addirittura chiude le ferite, sempre e comunque con un sentimento di pietas. Ho descritto di come, nella società maschilista dell’Albania dei primi del Novecento dove la poligamia era ammessa, persino tra due mogli dello stesso uomo poteva nascere un rapporto di sorellanza, perché avevano capito che l’unica strada possibile per fare fronte al patriarcato era essere unite tra loro».
Da quella società dei primi del Novecento è passato un secolo. Com’è cambiato l’orizzonte per le donne in Albania?
«In quasi tutti i miei romanzi parlo dell’emancipazione durante il socialismo reale, raccontando di donne che erano diventate libere in quel contesto storico. Credo che con la caduta del regime le cose siano cambiate di nuovo. Sull’oggi quel che mi sento di dire sull’Albania è che, da lontano, ciò che noto è un cambiamento non positivo. E non mi riferisco alla vita patinata dei nuovi ricchi nella capitale Tirana, ma alle condizioni non facili delle popolazioni rurali».
E la comunità albanese in Italia?
«Direi che ha avuto e che in particolare le donne hanno avuto un’integrazione trasversale. Forse la più riuscita rispetto alle altre comunità».
Ha mai pensato di tornare in Albania?
«Certo. Quando lo desidero, torno. Ma non per restare. Sono dell’idea che chi se ne va, non torna più. Ulisse ha rimpianto per vent’anni la sua isola e quando finalmente è tornato non l’ha riconosciuta. La partenza, per come la vedo io, è definitiva. Aggrapparsi al passato impedisce di cogliere ciò che accade intorno. Diventa un pensiero fisso che controlla tutto. Casomai mi sono aggrappata alla memoria e ne ho fatto buon uso in tutti i miei romanzi».
Qual è il rapporto con le due lingue che utilizza, per scrivere e comunicare?
«Nel 2008, dando alle stampe il mio primo libro, ho detto che abitavo l’italiano. Oggi, mentre scrivo il sesto, vado oltre e aggiungo che in Italia ho trovato insieme una lingua e un linguaggio. Forse anche perché sono cresciuta in una dittatura, dove, si sa, le lingue hanno gli occhi bendati, le parole vengono razionate e fino da piccoli e piccole si impara a comunicare attraverso un codice che riduce tutto all’essenziale. L’albanese rimane la mia madrelingua. La lingua degli affetti».
E con la lettura?
«Durante l’infanzia e l’adolescenza ho letto tanto, come molte persone della mia generazione. A quei tempi, era l’unica cosa che si poteva fare in modo individuale, poiché il collettivismo era un punto forte della dittatura. Questa attività silenziosa mi permetteva di uscire dal quotidiano e forse non ho mai sentito l’isolamento totale del mio Paese dal resto del mondo proprio grazie al potere della letteratura. Le storie che leggevo diventavano parte della mia vita e io vivevo insieme alle protagoniste».
I suoi libri di riferimento?
«La letteratura ottocentesca, sia russa che francese. Autori italiani del Novecento, come Italo Calvino. Poi altre autrici, Flannery O’Connor, Agota Krystof, Elizabeth Strout».
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26 maggio 2026
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