I segnali di un voto
Una tornata elettorale contro illusioni e alibi. Il referendum aveva fatto credere che la partita fosse già chiusa
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I segnali di un voto
Francesco Verderami | 25 maggio 2026Una tornata elettorale contro illusioni e alibi. Il referendum aveva fatto credere che la partita fosse già chiusa
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Un referendum non fa primavera. E se si può trarre una indicazione politica da una (mini) tornata amministrativa, si può dire che il test elettorale ha smentito la tesi secondo cui la bocciatura nelle urne della riforma sulla giustizia — voluta dal centrodestra — avesse già aperto la strada verso palazzo Chigi al centrosinistra. La verità è che un voto referendario quasi mai sopravvive alle sfide per il governo nazionale e per quelli locali. Dove subentrano altre valutazioni: sui candidati, sulle coalizioni e sui programmi. Aver accreditato l’idea che il 23 marzo fosse cambiato il vento è stato un errore mediatico (e perciò politico) delle forze di opposizione. E ieri l’effetto boomerang ha avvantaggiato i partiti di maggioranza, che apparivano condannati alla sconfitta. Non è andata così, anzi. Da Nord a Sud, da Venezia fino a Reggio Calabria, il centrodestra dà prova di vitalità in una competizione che di solito è terreno favorevole al centrosinistra. D’altronde i dati amministrativi confermano le proiezioni nazionali, dando la rappresentazione del testa a testa tra i due blocchi. È un risultato che finisce per spegnere le pulsioni di quanti — nella maggioranza come nell’opposizione — vorrebbero anticipare le elezioni.
Ma qui si esauriscono le ricadute politiche del test di ieri. Che da semplice tappa di trasferimento, per usare una metafora ciclistica, era stata presentata come un decisivo tappone dolomitico. In verità sono solo cambiati i sindaci, non è mutato il quadro nazionale.
I problemi di Giorgia Meloni restano intatti: riguardano la gestione di governo, i rapporti di coalizione e le scelte parlamentari da adottare. Per il primo aspetto la presidente del Consiglio deve redigere un’agenda per il finale della legislatura e deve farlo mettendo in conto l’handicap della complicata situazione internazionale. Non è facile tracciare una rotta in una fase di emergenza, con incognite che impattano sull’economia, sulla difficoltà del Paese a crescere, sugli stipendi dei lavoratori che pure il suo gabinetto ha agevolato negli scorsi anni con il taglio del cuneo fiscale. Il rapporto con l’Europa sarà essenziale anche se la logica dei veti a Bruxelles lo rende conflittuale. Ma di lì passa anche la soluzione del dossier sulla sicurezza nazionale e sulla difesa occidentale.
Al tempo stesso la premier dovrà tarare le relazioni con gli alleati, cioè Lega e Forza Italia, due partiti in competizione e al contempo profondamente divisi al loro interno. In prospettiva andrà anche calcolata la «variabile Vannacci»: Futuro Nazionale ieri ha provato a misurarsi e a Vigevano, per quanto il test fosse limitato, sotto le insegne di una lista civica ha superato il 10%. Sopravanzando il Carroccio.
Dal modo in cui Meloni costruirà la coalizione per il 2027, dipenderanno anche le scelte sulla riforma della legge elettorale. Sulla quale il centrosinistra, pur apprezzando la modifica del sistema, non darà il suo sostegno e attaccherà la maggioranza accusandola di voler cambiare le regole del gioco a ridosso delle urne. Insomma, la clamorosa vittoria al primo turno del centrodestra a Venezia sarà pure per la leader di FdI «una vittoria mondiale» che testimonia come «anche per oggi il nostro crollo è rinviato». Ma in politica gli esami non finiscono mai. E i prossimi appuntamenti saranno molto complicati.
Piuttosto proprio la sconfitta del centrosinistra nel capoluogo veneto è esempio di come l’approssimazione possa indurre al passo falso. Perché non ci sono dubbi sulle qualità e il radicamento di Andrea Martella, il candidato presentato al voto. Il punto è che in campagna elettorale il campo largo ha commesso degli errori nella gestione della sfida. Se davvero Venezia doveva essere l’emblema della «remuntada», e dunque una sorta di prova generale in vista del 2027, il centrosinistra ha perso un’occasione, dando l’impressione di cogliere le esigenze dei cittadini e di rappresentarle.
Eppure le condizioni per vincere c’erano tutte: con il sindaco uscente del centrodestra Andrea Brugnaro sotto inchiesta; con il governo incapace di evitare polemiche nella gestione della Biennale e del teatro La Fenice; con il giovane boy scout Simone Venturini che appariva come un avversario debole. Ma il centrosinistra ha sottovalutato le priorità dei veneziani e su un tema delicatissimo che assomma la paura sulla sicurezza, sull’immigrazione e sull’espansione delle comunità islamiche nel territorio, ha deciso addirittura di farsi appoggiare da una lista che chiedeva il voto «in nome di Allah». Risultato: sconfitta al primo turno.
Eppure il centrosinistra non può non sapere che il tema avrà grande rilevanza alle prossime Politiche, al pari del dossier sulla sicurezza. E siccome su questi punti programmatici le forze di opposizione viaggiano in ordine sparso, il rischio è di apparire «unfit to lead». Perché un conto è che la maggioranza del Paese dica «no» al referendum, altra cosa è che decida di dire «sì» a un fronte di partiti la cui unica parola d’ordine oggi è «battere Meloni». E molto presto questi nodi andranno sciolti, insieme alla scelta del candidato per palazzo Chigi.
Così la tornata di Amministrative, che non aveva una valenza politica, andrà in archivio dopo la coda dei ballottaggi. Il consuntivo consegna l’immagine di due schieramenti schiacciati dalle loro contraddizioni. Chissà se e in che modo riusciranno a superarle. Di certo il voto ha testimoniato che non possono nascondersi dietro illusioni e alibi.
25 maggio 2026 ( modifica il 25 maggio 2026 | 21:22)
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