Ma i giovani non sono fragili
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Ma i giovani non sono fragili

Lunedì 25 maggio 2026
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Non siamo davanti a una generazione meno forte, ma a una generazione più esposta. E chi è più esposto non può permettersi il lusso dell’indifferenza.

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Ma i giovani non sono fragili

Valter Tucci | 25 maggio 2026

Non siamo davanti a una generazione meno forte, ma a una generazione più esposta. E chi è più esposto non può permettersi il lusso dell’indifferenza.

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Ogni epoca chiama fragili quelli che percepiscono per primi la sua instabilità.
È un modo elegante per non ascoltarli. Se chi sente il pericolo viene definito debole, il sistema che produce quel pericolo può continuare a considerarsi sano.
Da qualche anno parliamo dei giovani quasi sempre nello stesso modo: ansiosi, vulnerabili, dipendenti dagli schermi, discontinui, poco resistenti alla frustrazione. Naturalmente qualcosa di vero c’è. La crisi della salute mentale giovanile è reale. L’Organizzazione mondiale della sanità segnala che nella Regione europea un bambino o adolescente su sette convive con una condizione di salute mentale, e il suicidio resta tra le principali emergenze nella fascia giovanile. Anche l’Ocse descrive un peggioramento diffuso del benessere psicologico dei giovani, legato a fattori intrecciati: digitalizzazione, social media, ansia climatica, conflitti globali, pressioni socioeconomiche, bullismo, stress scolastico, disuguaglianze.

Ma proprio qui comincia il problema. Perché una diagnosi può illuminare o coprire. Dire «sono fragili» sembra una spiegazione; spesso è una difesa. Significa spostare il problema dentro di loro: nella loro emotività, nei loro telefoni, nella loro educazione, nella loro presunta incapacità di reggere il mondo. Molto più difficile è chiedersi che cosa stiano percependo. E se la loro ansia non fosse soltanto un disturbo privato, ma anche un segnale sociale.

Per molte generazioni il futuro è stato una fatica, ma anche una promessa. Studiare, lavorare, mettere casa, costruire una famiglia, migliorare almeno un poco la propria condizione. Non era facile, non era uguale per tutti, non era garantito. Però aveva una direzione. Oggi, per molti ragazzi, il futuro ha cambiato segno. Non appare più come un orizzonte da raggiungere, ma come una somma di minacce: clima, guerra, precarietà, automazione, costo della casa, solitudine digitale, pensioni incerte, istituzioni sfiduciate.
Chi ha già costruito la propria vita può chiamare tutto questo «contesto». Chi deve ancora costruirla lo chiama ambiente.
La Youth Partnership tra Unione europea e Consiglio d’Europa, nei suoi lavori recenti sul benessere mentale dei giovani, collega esplicitamente la salute psicologica giovanile a fattori socioeconomici, clima, conflitti, digitalizzazione e condizioni di lavoro. Non siamo più davanti a una sola causa, ma a un ecosistema instabile.

È qui che può aiutarci una metafora meno consumata. In natura siamo abituati a pensare che la forza stia dalla parte del predatore. Il predatore attacca, domina, vince. La preda fugge, subisce, perde. Ma questa immagine è povera. La preda non è semplicemente un organismo debole. È un organismo esposto. E proprio perché esposto sviluppa capacità raffinate: leggere segnali deboli, spostarsi prima del pericolo, modificare ritmi, comportamenti, cooperazione. La vulnerabilità, nel mondo vivente, non è soltanto una mancanza: è una condizione che produce soluzioni.
Applicata ai giovani, questa inversione è decisiva. Forse, allora, non siamo davanti a una generazione meno forte, ma a una generazione più esposta. E chi è più esposto non può permettersi il lusso dell’indifferenza. Sente prima le crepe. Registra prima il cambiamento di tono dell’ambiente. Si accorge prima che qualcosa non torna.

L’ansia, certo, può diventare malattia. Va curata, presa sul serio, accompagnata con servizi adeguati, non trasformata in poesia. Ma non tutta l’ansia è una percezione sbagliata del pericolo. A volte è la percezione anticipata di un pericolo che non ha ancora trovato un linguaggio proprio. Una grande indagine pubblicata su The Lancet Planetary Health sulla climate anxiety tra giovani di dieci Paesi ha mostrato che il disagio climatico è collegato anche alla percezione dell’inazione dei governi. Non è solo paura del caldo, degli incendi o delle alluvioni. È la scoperta che chi aveva più potere ha avuto meno fretta.

Lo stesso vale per il digitale. È troppo facile dire che i giovani stanno male perché stanno troppo online. Il punto è un altro: sono cresciuti dentro ambienti costruiti per catturare attenzione, confronto, desiderio, approvazione, allarme. L’Oms Europa ha segnalato l’aumento dell’uso problematico dei social media tra gli adolescenti, ma la questione non è demonizzare gli schermi. È riconoscere che una parte enorme della vita relazionale giovanile si svolge in spazi progettati da interessi adulti e regolati sempre troppo tardi.
Non sono nati dipendenti. Sono nati dentro ambienti che rendono costoso uscire.

La parola più ambigua, allora, diventa «resilienza». Ai giovani chiediamo continuamente di essere resilienti: adattatevi, performate, siate flessibili, reinventatevi, non lamentatevi. Ma la resilienza, quando diventa comando, è solo privatizzazione del danno. Significa dire al singolo: sopporta meglio un sistema che non intende correggersi.

Nella logica della preda, invece, sopravvivere non significa sopportare tutto. Significa leggere il contesto, cambiare configurazione, distribuire il rischio, evitare che il danno diventi irreversibile. La preda non è intelligente perché accetta l’attacco. È intelligente perché capisce prima quando il campo si sta chiudendo.
Forse è questo che molti giovani stanno facendo, anche quando lo fanno in forme confuse o contraddittorie. Il ritiro, la rabbia, la sfiducia, l’intermittenza dei percorsi, la difficoltà a immaginare una biografia lineare non sono solo fallimenti personali. Possono essere anche modi imperfetti di segnalare che la promessa adulta non tiene più.
Un sistema che spegne gli allarmi non diventa più stabile. Diventa solo meno capace di sentire dove si sta rompendo.
Il compito degli adulti, allora, non è insegnare ai giovani a essere meno sensibili. È costruire un mondo in cui la sensibilità non debba continuamente trasformarsi in allarme. Perché chi sente per primo le crepe non è necessariamente il più fragile. A volte è semplicemente il più vicino al futuro.

25 maggio 2026

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