Come frenare il nostro declino
Corriere della Sera - Cultura

Come frenare il nostro declino

Domenica 24 maggio 2026
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Rapporto Istat: senza misure efficaci per facilitare l'accesso al lavoro e aumentare la natalità nel 2050 il Pil italiano calerà del 18,3%

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Come frenare il nostro declino

Maurizio Ferrera | 24 maggio 2026

Rapporto Istat: senza misure efficaci per facilitare l'accesso al lavoro e aumentare la natalità nel 2050 il Pil italiano calerà del 18,3%

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Con un linguaggio sin troppo prudente, l’ultimo Rapporto Istat delinea un quadro preoccupante sul futuro del Paese: gli andamenti demografici pongono serie sfide alla sostenibilità economica e sociale. Il calo della natalità causerà una consistente diminuzione della popolazione totale. La maggiore contrazione riguarderà la popolazione adulta, mentre aumenterà la popolazione con più di 65 anni. Senza correttivi, meno lavoratori si troveranno a mantenere più anziani (pensiamo a sanità e pensioni). Nel complesso, l’Italia avrà meno abitanti, ma anche un Pil (totale e pro capite) inferiore.
Durante l’ultimo question time in Parlamento, Gioria Meloni ha annunciato che, in quest’ultimo scorcio di legislatura, l’azione del governo presterà particolare attenzione a «chi tiene insieme la Nazione» ossia chi lavora e produce. Scelta giusta. In Italia questa categoria ha perso potere d’acquisto e sicurezza negli ultimi anni. L’erogazione di sostegni congiunturali sarebbe però poca cosa rispetto al sottostante problema strutturale. In Italia gli occupati sono troppo pochi e la loro produttività è troppo bassa. Come sottolinea l’Istat, il mercato del lavoro fa fatica a valorizzare appieno il capitale umano, soprattutto quello giovanile e femminile. Un difetto paradossale, visto che una maggiore partecipazione lavorativa di giovani e donne è, insieme alla ripresa della natalità, una delle soluzioni più ovvie alla sfida di sostenibilità.

Quanto alla bassa produttività, le cause sono tante. Fra queste c’è anche la scarsità di competenze, soprattutto tecnico-scientifiche: bassi livelli di istruzione e poca formazione dei (giovani) lavoratori. Qualche dato può aiutare cogliere la gravità dei problemi e l’urgenza (nonché il potenziale) dei correttivi.
La disoccupazione giovanile, seppure in lieve diminuzione, è tra le più elevate d’Europa. Il 15% dei giovani (15-29) anni non ha un lavoro, né segue percorsi scolastici o formativi. Nella fascia 20-24 anni, quella cruciale per l’inserimento lavorativo, la quota di Neet sale a uno su cinque, il più alto nella Ue.
I dati aggregati nascondono significativi divari di genere. Tra i 25-29enni, la quota di Neet fra le donne raggiunge il 23,9% (uomini: 14,0%). La percentuale sale al 29% nella fascia 30-34, contro il 12,5% degli uomini. Una differenza impressionante, che riguarda peraltro anche le fasce di età successive. Il tasso di occupazione femminile (20-64) è pari al 58%, tredici punti in meno della media Ue.

Cose risapute, si dirà. È da decenni che si discute della questione «giovani e donne». Per una breve stagione, sembrava che i partiti di centro sinistra avessero fatto proprio il principio blairiano «prima le donne e i bambini» (e i giovani in generale). Ma le misure varate dai vari governi non sono state per nulla all’altezza della sfida. Senza correttivi, l’effetto congiunto del calo demografico e dei bassi tassi di occupazione porterebbe a una contrazione del Pil pari al 18,3% entro il 2050.
Cosa succederebbe se riuscissimo ad allineare i tassi di occupazione alle medie europee? Un recente studio dell’Associazione bancaria italiana (Abi) ha fatto interessanti simulazioni. L’aumento di occupazione giovanile ridurrebbe la perdita di Pil al 13,9%. L’incremento di donne occupate la farebbe scendere al 5,9%. Con un piccolo aumento dei saldi migratori netti (incluso il rientro dei cervelli) guadagneremmo altri 3,5 punti. Invece del 18,3%, il Pil diminuirebbe «solo» del 2,4% da oggi al 2050.

Ulteriori stimoli alla crescita dovrebbero provenire da una maggiore produttività, agendo sul capitale umano. Fra i tanti divari rispetto agli altri Paesi, c’è anche quello che riguarda i livelli di istruzione. Da noi la quota di occupati con laurea è 26%, rispetto a una media Ue di 39%. Se entro il 2050 arrivassimo anche noi al 39%, il Pil potrebbe crescere di 3 punti. Se poi arrivassimo al 48%, i punti sarebbero 5: i lavoratori più qualificati sono più produttivi. Così, invece di una contrazione, nel 2050 avremmo un Pil più elevato di quasi 3 punti.
Il Pnrr ha collegato in modo esplicito crescita economica, occupazione femminile e opportunità per i giovani. Molti i correttivi previsti per mercato del lavoro, welfare, istruzione e formazione. Un importante obiettivo era che la promozione delle misure previste avrebbero dovuto dare impulso a una più moderna economia della «cura» (infanzia, auto-sufficienza, prossimità sanitaria, servizi sociali) capace di favorire conciliazione, autonomia e capacità e, non da ultimo, la creazione di nuovi posti di lavoro. I ritardi amministrativi e le carenze nell’attuazione sollevano tuttavia forti perplessità circa l’effettivo decollo di un welfare territoriale efficace e sostenibile. L’evoluzione demografica è una sfida a sviluppo lento, tende a passare inosservata. Vent’anni fa, su iniziativa di Barbara Pollastrini, sei ministre del governo Prodi proposero una «terapia shock» per l’occupazione femminile. Allora, un cambio di passo avrebbe potuto renderci più ricchi. Oggi questo tipo di terapia è diventata un imperativo indifferibile. Per contrastare l’impoverimento, lo shock dovrebbe peraltro riguardare anche il capitale umano dei giovani e il loro inserimento lavorativo. Il tema è decisivo. Ma non occupa il posto che merita nell’agenda politica, compresa quella dell’opposizione.

24 maggio 2026

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