Alla scoperta della vera Marilyn Monroe: «La morte l’ha fissata nel mito, ma per capirla dobbiamo arrivare alla donna»
Corriere della Sera - Cultura

Alla scoperta della vera Marilyn Monroe: «La morte l’ha fissata nel mito, ma per capirla dobbiamo arrivare alla donna»

Domenica 24 maggio 2026
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Chiara Pasqualetti Johnson, autrice di Marilyn: dea, diva, donna: «Segnata da un’educazione rigida, in cui il cinema era quasi una colpa, trova in Hollywood la possibilità di reinventarsi». La rassegna alla Giunti Odeon di Firenze

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Alla scoperta della vera Marilyn Monroe: «La morte l’ha fissata nel mito, ma per capirla dobbiamo arrivare alla donna»

di Ginevra Barbetti

Chiara Pasqualetti Johnson, autrice di Marilyn: dea, diva, donna: «Segnata da un’educazione rigida, in cui il cinema era quasi una colpa, trova in Hollywood la possibilità di reinventarsi». La rassegna alla Giunti Odeon di Firenze

«Marilyn è diventata eterna perché la morte l’ha fissata nel mito, ma per capirla davvero dobbiamo attraversare l’icona e arrivare alla donna: ai libri, alle lettere e agli scritti finiti nella casa di Lee Strasberg, tracce di una Norma Jeane lucidissima e molto più complessa della sua immagine pubblica. A cento anni dalla nascita, la sua storia parla ancora al presente perché racconta corpo, fama, libertà e bisogno di essere riconosciute davvero», racconta Chiara Pasqualetti Johnson, autrice di Marilyn: dea, diva, donna, edito da White Star, romanzo fotografico con oltre 120 immagini dei grandi maestri del Novecento, che presenterà mercoledì 10 giugno alle 18.30 in occasione di MARILYN 100, la retrospettiva realizzata con la Cineteca di Bologna che Giunti Odeon di Firenze dedica all’attrice: quattro film restaurati in 4K, in lingua originale con sottotitoli in italiano. 

Si comincia lunedì 25 maggio alle 21 con A qualcuno piace caldo, seguito da Gli uomini preferiscono le bionde, Quando la moglie è in vacanza e Gli spostati.

Chi era Norma Jeane dietro il mito di Marilyn e quale vuoto portava con sé?
«Prima di diventare Marilyn, Norma Jeane è una bambina timida, separata dalla madre poche settimane dopo la nascita e cresciuta tra famiglie affidatarie e orfanotrofi, senza genitori amorevoli: un padre mai davvero conosciuto e una madre sempre più lontana. Cerca una casa, protezione, qualcuno da chiamare papà. Da quel dolore nascono la sua fame d’amore, il bisogno di essere vista e il desiderio di immaginarsi altrove. Riletta oggi, anche attraverso la psicanalisi contemporanea, quell’infanzia aiuta a capire la donna e la star che sarebbe diventata: nemmeno il successo mondiale poteva ricucire traumi così profondi».

Quanto pesa l’assenza del padre?
«Da piccola immagina un padre bellissimo, simile a Clark Gable, perché così glielo racconta la madre. Poi scopre che quell’uomo esiste davvero, si chiama Charles Stanley Gifford, ma rifiuta di incontrarla. Così il vuoto diventa ancora più doloroso e nasce una sofferenza destinata a riaccendersi nei rapporti con gli uomini e nella ricerca di un amore capace di restare».

Il cinema fu una via di fuga?
«Sì, e anche altro. Segnata da un’educazione rigida, in cui il cinema era quasi una colpa, trova in Hollywood la possibilità di reinventarsi: lasciarsi alle spalle la bambina abbandonata e diventare qualcuno che il mondo avrebbe guardato. Parte da un desiderio segreto di recitare, poche fotografie e molta insicurezza. Dopo il lavoro in fabbrica viene notata da David Conover, entra nell’agenzia Blue Book e poi, con il contratto alla Twentieth Century Fox, arriva la svolta. Nell’agosto 1946 Norma Jeane diventa Marilyn Monroe: un nome nuovo per una vita nuova».

Si dice fosse una perfezionista.
«Costruì la sua immagine con disciplina e perfezionismo, studiando ogni fotografia, dal colore dei capelli al modo di stare davanti all’obiettivo. Dietro l’apparente spontaneità c’era una donna insicura ma determinata, capace di trasformare abiti, trucco, voce e corpo in strumenti di seduzione e controllo. Nella vita leggeva, scriveva e cercava maestri per diventare un’attrice migliore, fino al lavoro decisivo con Lee Strasberg all’Actors Studio».

A un certo punto smise di accettare il posto assegnatole dagli Studios.
«Rompendo con la Fox, anticipa la battaglia per il potere femminile a Hollywood. Vuole ruoli migliori, più rispetto e la possibilità di essere considerata un’attrice vera. La rottura con la Twentieth Century Fox e la scelta di fondare una propria società di produzione sono un gesto enorme per una donna del suo tempo. Muore troppo presto per vedere fino in fondo i cambiamenti che aveva contribuito ad aprire, ma quella scelta strappa il sistema».

Cosa rivendicava?
«Il diritto di decidere per sé. Si ribella ai ruoli sempre uguali legati al cliché della bionda svampita e a un sistema che la paga molto meno delle altre attrici, e infinitamente meno degli uomini. Con Milton Greene fonda una casa di produzione e rischia in prima persona per guidare la propria carriera. Il gesto poteva finire malissimo, invece costringe la Fox a riconoscerne il valore con un contratto migliore, più libertà sui copioni e la possibilità di lavorare anche con altre produzioni».

Un dettaglio inedito per ciascun film della rassegna: cominciamo da Gli uomini preferiscono le bionde.
«Costruisce il personaggio della bionda svampita con tale intelligenza da trasformarlo in un alter ego. Dietro Lorelei Lee c’è una donna che capisce benissimo quanto gli uomini sottovalutino le donne belle e sa usare quella minimizzazione come arma. Diamonds Are a Girl’s Best Friend è una lezione sul potere del denaro e sulla sopravvivenza femminile nell’America degli anni Cinquanta».

Quando la moglie è in vacanza.
«La scena della gonna bianca sulla grata della metropolitana è diventata una delle più celebri della storia del cinema, ma nacque anche come una formidabile operazione di marketing. Per Marilyn, però, fu un ricordo doloroso: durante le riprese a New York la folla urlava, applaudiva, la divorava con gli occhi, e Joe DiMaggio, presente sul set, ebbe una crisi di gelosia violentissima. Quella scena racconta perfettamente la sua contraddizione: desiderata da tutti e insieme esposta, quasi sacrificata allo sguardo pubblico».

A qualcuno piace caldo.
«Di lei Billy Wilder disse che era un incubo sul set e un miracolo davanti alla macchina da presa. Arrivava tardi, dimenticava le battute, bloccava le riprese, eppure quando la cinepresa si accendeva accadeva qualcosa di irripetibile. Aveva un talento modernissimo: sembrava improvvisare la propria vulnerabilità. Per questo Sugar Kane è forse il personaggio più vicino alla vera Marilyn: dietro la comicità c’è una malinconia nascosta».

Gli spostati.
«È probabilmente il film più complesso della sua carriera, perché coincide con la crisi della sua vita privata. Arthur Miller lo scrisse per lei, ma durante le riprese il loro matrimonio stava naufragando. Su quel set Marilyn coronò il sogno di lavorare con Clark Gable, l’uomo a cui, secondo la madre, somigliava il suo vero padre; lui morì pochi giorni dopo la fine del film. Gli spostati fu anche uno dei set più fotografati della storia di Hollywood: John Huston lo aprì ai grandi fotografi Magnum, da Eve Arnold a Henri Cartier-Bresson, da Elliott Erwitt a Bruce Davidson ed Ernst Haas. C’era anche Inge Morath, arrivata come inviata Magnum: lì conobbe Arthur Miller, che pochi anni dopo avrebbe sposato. È uno dei dettagli più romanzeschi e malinconici legati al film».

Nel libro, l’episodio con Ella Fitzgerald racconta una Marilyn più consapevole e attenta di quanto lasciasse vedere la sua immagine pubblica.
«Si interessava alla politica, detestava il maccartismo e si schierava per i diritti civili e la causa afroamericana. Ella Fitzgerald era la sua cantante preferita, ma i pregiudizi razzisti dell’epoca le impedivano di esibirsi al Mocambo, locale frequentato dalle star di Hollywood. Marilyn intervenne in modo molto concreto: promise di essere presente per una settimana ai suoi concerti, portando con sé l’attenzione del pubblico e delle celebrità. La sera del debutto era in prima fila accanto a Frank Sinatra e Judy Garland. È una storia di amicizia e solidarietà femminile, tanto che Fitzgerald dirà di avere un grande debito con lei».

Intorno alla sua morte sono nate molte teorie.
«Negli ultimi tempi parlava spesso di morte e il suo disagio era diventato sempre più evidente. Conoscendo la sua infanzia, quel finale diventa meno oscuro e più comprensibile, senza bisogno di costruire per forza un mistero».

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