Lino Banfi e il romanzo della sua vita: «Ho sofferto la fame, Lucia mi aiutò. Ora sogno di fare il cattivo in un film»
L'attore martedì 26 maggio a Bari per il suo libro "90 non mi fai paura!". «Io a Sanremo? Per me non è fondamentale. Lo dovevo presentare negli anni '80, ma non ero alto, bello, un tipo da smoking»
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Lino Banfi e il romanzo della sua vita: «Ho sofferto la fame, Lucia mi aiutò. Ora sogno di fare il cattivo in un film»
di Rosanna ScardiL'attore martedì 26 maggio a Bari per il suo libro "90 non mi fai paura!". «Io a Sanremo? Per me non è fondamentale. Lo dovevo presentare negli anni '80, ma non ero alto, bello, un tipo da smoking»
Da un po’ di tempo Lino Banfi sbircia da dietro il sipario della sua vita per capire che sapore abbiano i novant’anni che compirà il 9 luglio. Un traguardo che è uno stimolo a tornare con la mente al passato per prepararsi anche ai giorni che verranno con la sua famiglia. Con questo presupposto ha scritto il romanzo della sua vita, «90 non mi fai paura!» (HarperCollins) che presenterà martedì, alle 18, in un incontro al Teatro Kursaal di Bari.
Banfi, perché ha deciso di scrivere un libro serio?
«In me convivono Zagaria e Banfi. Nei libri che avevo scritto un po’ per gioco, come quello su Oronzo Canà o l’avanspettacolo, l’autore era Banfi. In questo, che viene dalla coscienza, c’è la mano di Zagaria. Sono le mie due anime che litigano sempre. Ora sono nervose perché devono dimagrire (peso 97 chili) per stare nella stessa cassa. Mi faranno una cassa speciale del Mezzogiorno».
Lei scrive: «Io e la morte, piano piano, stiamo facendo amicizia. Le ho detto che c’è tempo».
«Certo, lasciamola aspettare, non c’è fretta. E poi ho ancora un progetto da realizzare: vorrei interpretare il cattivo in un film. Un personaggio di buoni sentimenti, come quello interpretato da Alberto Sordi in “Un borghese piccolo piccolo” che poi si fa giustizia da solo. Vorrei impersonare un giudice, al quale viene fatto del male e che decide di vendicarsi».
Partiamo da Pasquale bambino: suo padre compì un’emigrazione tascabile: 24 chilometri (da Andria a Canosa) per trovare il terreno giusto da coltivare.
«A Canosa ci trovammo subito bene, papà fu soprannominato Riccardo l’andrisaen (l’andriese). Di Andria ricordo poco. Sono felice che abbia dato i natali, oltre che a me, alla burrata. Quando Renzo Arbore, mi chiede, un po’ invidioso: “Come fai ad avere un anno più di me e ad avere quella bella carnagione fresca?”, rispondo che è merito della burrata».
In Seminario, una sera, convinse un amico, poi diventato un famoso cardiochirurgo a Trieste e che non c’è più, a scappare per spiare le suore del convento.
«In refettorio vedevamo solo il braccio delle religiose che faceva girare i piatti o due mani e immaginavamo l’età: se si vedevano le vene erano grandi. Così dissi a Sabino: “Andiamo, saliamo sul cornicione e magari le vediamo dalla finestra quando si spogliano, una mezza coscia, un braccio…”».
Come andò?
«Chiamarono il vescovo di Andria, Giuseppe Di Donna, diventato venerabile con Papa Ratzinger e per il quale è in corso il processo per diventare santo. Ci disse che era meglio due ragazzi fuori dal seminario oggi che due cattivi sacerdoti domani e che la mia missione era un’altra: far ridere».
Il seminario le ispirò la gag davanti al Colosseo di «Vieni avanti cretino» in cui un prete, pensando di riconoscere un ex compagno, inizia a schiaffeggiarlo.
«Oggi una scena così, con tutte le scritte in arabo, non si potrebbe più girare. L’attore che interpretava il sacerdote era Dino Cassio dei Brutos. Ci ha lasciati tempo fa e mi piace ricordarlo per il suo talento».
La gavetta la portò a Napoli, dove affrontò un periodo di grandi ristrettezze tanto che, una vigilia di Natale, pensò di trascorrere la notte in stazione.
«Un signore mi portò nel basso dove viveva con i sei figli e la moglie che mi offrì la coratella. Si chiamava Cirino ‘o posteggiatore. Sono tornato un sacco di volte in quel vicolo, ma di lui non c’era più traccia. Chissà forse era un angelo custode».
Il posteggiatore lei lo fece nel 1955 a Milano. E corse il rischio di fare da palo per i ladri.
«Io e un amico di Canosa avremmo dovuto fischiettare “’O sole mio” per avvisarli di scappare. Ma non era il mio mondo. E per fortuna arrivò la cartolina per il militare: 18 mesi di pacchia, a mangiare bene, in cui organizzavo spettacoli. Ero ad Arma di Taggia (Sanremo) nella stessa caserma dove poi avrebbe prestato servizio Gianni Morandi».
A Roma si faceva chiamare Lino Zaga.
«Se non riuscivo a pagare la camera, Lucia mi aiutava grazie al suo salone di parrucchiera. Se non ci fosse stata lei, non sarei riuscito ad andare avanti. Mi incoraggiava dicendo che avremmo pagato poi i debiti».
Nella Capitale avvenne l’incontro con Totò.
«Rimasi per ore sotto ad aspettarlo sotto un balcone: i passanti credevano fossi un nuovo clochard. Finalmente riuscii a consegnargli la lettera di raccomandazione. Voleva darmi dei soldi, ma rifiutai. So che mi apprezzava».
Il successo arrivò con la commedia sexy degli anni ’80.
«In realtà, già nei ’70 avevo girato un po’ di film e riuscivo a pagare i debiti».
In «Fracchia la belva umana» canta «Benvenuti a ’sti frocioni, belli, grossi e capoccioni, e tu che sei un po’ fri-fri dimme un po’ che c’hai da di’».
«Senza dire nulla a Neri Parenti, continuai a cantare: “Non sono frocione non mi chiemo fri-fri, sono commisserio e ti faccio un culo così…”. Oggi non si potrebbe. E, devo sottolineare, per fortuna».
Che ricordo ha di Berlusconi?
«Stupendo, mi telefonava per gli auguri al compleanno. Esordiva con “ciao vecchio” solo perché ho due mesi più di lui. E poi ho stretto amicizia con il suo assistente personale, allora un giovane neolaureato alla Bocconi, Urbano Cairo: ha tre figli maschi tutti “banfioti”».
A Canosa vogliono realizzare un cineteatro e dedicarglielo recuperando un vecchio cinema.
«Ringrazio di cuore il sindaco Vito Malcangio, ma prima viene l’ospedale; poi, con calma, il resto».
Le piacerebbe essere invitato a Sanremo?
«Non è fondamentale. Lo dovevo presentare negli anni ’80, ma non ero alto, bello, un tipo da smoking. Però ho condotto “Domenica in” e con “Stasera Lino” ho raggiunto dieci milioni di spettatori».
La dedica del libro è «Alla mia dolce Lucia, con la preghiera di farla leggere, lassù, anche a papa Francesco».
«Quando la invoco le chiedo di salutarmi il mio amico Francesco. E a lui dico: “Mi raccomando Lucia”. In fondo, sono vicini d’ufficio».
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24 maggio 2026
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