Quando De Nicola condannò Matilde Serao
Corriere della Sera - Cultura

Quando De Nicola condannò Matilde Serao

Domenica 24 maggio 2026
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«Io, perché malato, sospeso subito dallo stipendio». Emeroteca Tucci, il carteggio ritrovato che racconta la «causa di lavoro» del vice direttore del Giorno contro la giornalista e scrittrice

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Quando De Nicola condannò Matilde Serao

di Ida Palisi

«Io, perché malato, sospeso subito dallo stipendio». Emeroteca Tucci, il carteggio ritrovato che racconta la «causa di lavoro» del vice direttore del Giorno contro la giornalista e scrittrice

Con 17 mila lire nel 1925 si poteva acquistare un appartamento o darsi arie da gagà con un’automobile di super lusso. Era una somma considerevole, quella che Matilde Serao fu costretta a sborsare alla famiglia di Giovanni Bellezza, quando il giornalista, vicedirettore del Giorno, post mortem, vinse la causa di risarcimento contro di lei. Donna Matilde non riusciva a far quadrare i conti del giornale come si deve, tanto da non trovare, negli ultimi anni i denari necessari per pagare i redattori che si ammalavano. Era, a quanto pare, un combattimento continuo tra oboli e sussidi e la temeraria Serao non sapeva come raccapezzarsi in mezzo alle cambiali.

Così accadde anche nella vicenda contro Bellezza, raccontata nel volume curato dal presidente dell’Emeroteca Biblioteca Tucci, Salvatore Maffei, «Enrico De Nicola giudice del lavoro anni prima del Quirinale condannò Matilde Serao» da poco pubblicato (48 pagine, edito fuori commercio e distribuito in omaggio a biblioteche italiane e straniere, università e studiosi). Il volume racconta del carteggio in merito alla causa, comprese lettere inviate ai probiviri presieduti da De Nicola e avvocati, ritrovato e giunto all’Emeroteca Tucci.

A tre anni da «Le verità ignorate su Matilde Serao» pubblicato nel 2023, in cui si rivelano aspetti sconosciuti della vita, privata e professionale, della scrittrice e giornalista (di cui l’Emeroteca Tucci conserva il corpus delle opere) questo è il terzo volume che Maffei, affiancato dalla collega Stefania De Bonis, giornalista e ricercatrice della Tucci, dedica agli inediti seraiani, perché «persuasi che non esista al mondo un esponente del giornalismo e della narrativa più famoso di lei» (e a ragione, tanto che riceve spesso richieste di copie di libri su Serao da ricercatori d’Oltreoceano).

L’occasione, come scritto, è stata data dal ritrovamento del fascicolo della richiesta risarcitoria di Bellezza, avanzata da lui e conclusa, dopo la sua morte, dalla vedova Giulia Magnetti e dal figlio Ugo (cui fu liquidata la rispettabile somma di 17 mila 116 lire), affidato all’Emeroteca Tucci dalla Sovrintendenza Bibliografica. Ma che cosa successe? Il giornalista, già amico di Scarfoglio e redattore capo del Mattino, entrò nel 1909 al Giorno – fondato da Donna Matilde dopo la separazione da Scarfoglio nel 1904 - ma dopo anni di lavoro come vicedirettore, dall’aprile del 1923 iniziò ad assentarsi per malattia, per poi morire nel giugno dell’anno dopo. 

Ecco cosa scriveva Bellezza alla direttrice Serao dopo aver denunciato che gli era stato sospeso lo stipendio dal primo giorno di malattia: «Io rimango senza un soldo, avendo dato il mio formidabile e logorante lavoro per un compenso che tutti voi conoscete e che io spendevo per le spese notturne che dovevo sostenere per compierlo». E ancora: «Io sono condannato a non poter più disporre di nessuna libertà di movimento personale, le mie facoltà visive non mi lasciano scorgere ora assolutamente più nulla. Non ho più a posto le facoltà necessarie per compiere materialmente e mentalmente il mio lavoro notturno e raccogliere e concretare i suoi elementi essenziali». Di qui la richiesta di indennità: «Così io fo espressa istanza alla vostra giustizia e al vostro alto sentimento di tutela e di difesa della nostra professione, di volere dichiarare che a norma dell’art. 18 del contratto di lavoro giornalistico 14 dicembre 1919 attualmente in vigore…».

Ma Matilde Serao, la donna che da sola aveva fondato un giornale, prima e unica in Italia, la donna che cresceva la figlia dell’amante del marito, la donna che aveva denunciato lo scempio e i mali della città, rifiutò. Anzi sospese lo stipendio a Bellezza dalla prima malattia. Sempre dal carteggio (ritrovato qualche anno fa dai Carabinieri del nucleo Tutela del Patrimonio dopo che era stato trafugato dal vecchio Circolo della Stampa in Villa Comunale) si evince che Matilde Serao, che aveva licenziato il collega, riteneva di avere i suoi buoni motivi. Primo fra tutti, quello che lui aveva avviato un’attività alberghiera parallela a quella giornalistica, «con pubblicità non pagata fatta col nostro giornale», accusandolo addirittura anche di appropriazioni indebite e fraudolente. La cosa non finì bene per nessuna delle parti: Serao perse la vertenza, condannata da un collegio di probiviri presieduto dal futuro presidente della Repubblica Enrico De Nicola, e Bellezza morì nel frattempo, nei «frenetici giorni in cui la cronaca si occupò del delitto Matteotti» e tra gli altri, l’amico Roberto Bracco lo ricordò come «l’uomo in cui la bontà era compagna dell’intelletto». Due anni dopo, nell’estate 1927, sarebbero cessate le pubblicazioni de «Il Giorno», a un mese dalla morte della fondatrice, Donna Matilde.

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