Se accettate una riconciliazione, azzerate e ricominciate senza rancori
La posta del cuore del Corrmezz, le lettere di TroppoTardi53 e RepubblicaAutonoma
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Se accettate una riconciliazione, azzerate e ricominciate senza rancori
di Candida MorvilloLa posta del cuore del Corrmezz, le lettere di TroppoTardi53 e RepubblicaAutonoma
Cara Candida, ho 53 anni e sono sposata da 27. Per gran parte del nostro matrimonio mi sono sentita sola, trascurata, non vista. Mio marito è sempre stato un uomo serio, lavoratore, affidabile, ma emotivamente distante. Uno di quelli che pensano che portare avanti la famiglia sia già una dichiarazione d’amore sufficiente. Io per anni ho chiesto altro: più ascolto, più presenza, più complicità, più leggerezza. Chiedevo di parlare e lui si chiudeva. Chiedevo un weekend insieme e trovava sempre un motivo per rimandare. Se stavo male, minimizzava e, invece, di starmi vicino, ne approfittava per uscire e fare altro. Mi sono sentita invisibile per tantissimo tempo e, senza accorgermene, ho accumulato rancore. Poi, due anni fa, è successo qualcosa. Ho avuto una crisi vera e me ne sono andata. Credo che per la prima volta abbia avuto paura di perdermi davvero e io, alla fine, sono tornata. Da allora è cambiato profondamente. Mi cerca, mi ascolta, mi abbraccia, organizza cose per noi, mi chiede sempre come va e come sto, mi guarda come se fosse stupito che esisto. È diventato, con anni di ritardo, quasi l’uomo che avevo desiderato. E qui viene la parte terribile: non riesco più a gioirne. Una parte di me pensa: «Adesso? Dopo tutto quello che mi hai fatto passare?». Un’altra parte si sente in colpa, perché lui si sta impegnando davvero. Mi sento ingrata, ma anche piena di ferite che non riesco a cancellare solo perché lui finalmente è cambiato. Candida, cosa si fa quando la soluzione arriva troppo tardi ?
TroppoTardi53
Cara TroppoTardi53, il problema non è che tuo marito sia cambiato. Il problema è che il tuo dolore è rimasto. E i dolori ignorati hanno una pessima abitudine: sedimentano, induriscono, diventano rancore. Dal rancore, si torna indietro solo imparando il perdono profondo. Perdonare significa dimenticare al punto da sentire nel proprio cuore che tutto quel dolore non c’è mai stato. Tu continui a pensare al rinsavimento di tuo marito come a un bonifico: come se versasse oggi quello che ti deve, ma si sia dimenticato anni di arretrati. È chiaro che i conti non ti tornino. Quando si accetta una riconciliazione, bisogna azzerare tutto, ricominciando da capo e riprendendo le misure dell’amore giorno per giorno. Altrimenti, non si ricomincia: si continua solo a processare il passato rinnovandone il dolore.
Il «noi» sano è fatto da due «io»
Cara Candida, ho 46 anni e da un anno ho una compagna piena di attrattive. Ridiamo, ci vogliamo bene, abbiamo una bella intesa sotto molti punti di vista. C’è solo un problema: da quando stiamo insieme, io grammaticalmente non esisto più. Lei parla sempre al plurale. «Noi non mangiamo carne» (io sì). «Noi adoriamo la montagna» (io preferisco il mare e un lettino). «Noi quest’estate vogliamo rallentare» (chi, esattamente?). L’altro giorno, a cena con amici, ha detto: «Noi stiamo pensando di cambiare macchina». È stato così che ho scoperto il progetto. All’inizio la trovavo una cosa tenera, il segno che si sentiva molto coppia. Adesso comincio a chiedermi se, a furia di «noi», io non sia stato assorbito come un piccolo Stato confinante. Ti chiedo: quando il «noi» è amore e quando è annessione territoriale? E come ci si difende da questo assedio a fin di bene ?
RepubblicaAutonoma
Caro RepubblicaAutonoma, il «noi» è una delle parole più romantiche della lingua italiana, finché non diventa una forma elegante di esproprio. La coppia è una cosa meravigliosa, ma non una fusione aziendale con perdita delle identità pregresse. Se la tua compagna dice «noi» per entusiasmo affettivo, sorridile. Se però nel pacchetto «noi» finiscono anche le tue opinioni, i tuoi gusti e perfino gli acquisti di cui non eri informato, allora più che amore è colonizzazione sentimentale. Certo, a volte, chi parla sempre al plurale non vuole dominare, vuole rassicurarsi. Usa il «noi» come una coperta di sicurezza, per sentirvi più uniti, più solidi, più coppia. Il punto è semplice: il «noi» sano contiene due «io», non li cancella. Se però il «noi» è ridondante e non include i veri intenti dell’altro, c’è un problema. Diglielo con ironia, prima che ti iscriva a un corso di tango che «avete sempre sognato». Però falle anche capire che c’è poco da ridere: per amare e farsi amare bisogna mettere da parte il proprio ego, ovvero smettere di vedere solo se stessi e aprirsi alle esigenze, ai desideri e alle sensibilità dell’altro. Spiegale che se invece lei crede di trasformare la coppia in un territorio sotto la sua legislazione dove è lei a decidere per tutti e due, non potrete andare lontano. Non «voi» insieme, ma nemmeno lei da sola, in qualunque altra relazione in cui s’imbarchi quando la vostra finisce.
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