Michelangelo Pistoletto ricorda il padre Ettore Olivero: «Fui suo allievo, poi lui diventò me. Se non fosse stato sordo non esisterei»
«A quattordici anni mi insegnò il disegno, il rapporto con l’autoritratto, la copia dal vero. Gli proposi di aggiungere in un quadro un recipiente lucidato a specchio: così, senza saperlo, fece il suo autoritratto»
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Michelangelo Pistoletto ricorda il padre Ettore Olivero: «Fui suo allievo, poi lui diventò me. Se non fosse stato sordo non esisterei»
di Paola Stroppiana«A quattordici anni mi insegnò il disegno, il rapporto con l’autoritratto, la copia dal vero. Gli proposi di aggiungere in un quadro un recipiente lucidato a specchio: così, senza saperlo, fece il suo autoritratto»
Incontriamo il maestro Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) negli spazi di Cittadellarte - Fondazione Pistoletto a Biella, un complesso di archeologia industriale dell’ex Lanificio Trombetta, lungo il torrente Cervo, in un contesto paesaggistico di grande bellezza. Fondato dall’artista nel 1998, questo immenso laboratorio creativo, organizzato in numerosi edifici destinati a funzioni differenti (esposizioni, laboratori, residenze d’artista, ospitalità), è stato pensato come una cittadella di ispirazione rinascimentale — c’è persino il Palazzo del Buongoverno — capace di mettere in relazione creatività, educazione, politica, economia, spiritualità, trasformazione sociale. Un luogo che rappresenta forse l’opera più ampia e radicale di Pistoletto, un organismo vivo in cui l’arte diventa motore di responsabilità collettiva e cambiamento. È qui che il maestro torna a riflettere sulla figura del padre, Ettore Olivero Pistoletto (Gravere, 1898 – Sanremo, 1981), pittore e restauratore formatosi tra la tradizione figurativa accademica e la tecnica di restauro. Un rapporto al quale Pistoletto ha dedicato diversi progetti espositivi: dal confronto generazionale presentato nel 1973 alla galleria di Gian Enzo Sperone, fino al progetto realizzato con Persano nel 2008 con la mostra «I coetanei», costruita sul dialogo tra opere speculari realizzate dai due quando entrambi avevano settantacinque anni. A questa ricerca si è aggiunta, nel 2019, la grande mostra «Padre e Figlio», curata da Alberto Fiz. Un omaggio alla dimensione familiare e una riflessione sulla genealogia dell’arte, sulla trasmissione del sapere e sulla possibilità stessa di abolire, attraverso l’opera, la separazione tra passato e presente.
Maestro, qual è il primo ricordo di suo padre?
«È una reminiscenza molto antica, quasi precedente alla memoria cosciente. Ricordo l’odore che permeava lo studio di mio padre, gli effluvi dell’olio della pittura e della trementina mescolati all’incenso acceso da mia madre. L’arte è entrata in me attraverso l’olfatto, gli occhi, e perfino il gusto. Mio padre dipingeva nature morte, pesci, selvaggina, ortaggi: mia madre cucinava ciò che lui metteva in scena, così, in qualche modo, ci nutrivamo dei suoi dipinti».
Che uomo era Ettore Olivero Pistoletto?
«Era nato a Gravere, in Val di Susa. Da bambino ebbe la meningite e perse completamente l’udito. Credo che tutta la sua vita artistica nasca da lì: a scuola non sentiva la maestra e allora guardava fuori dalla finestra, da dove scorgeva una chiesetta affrescata; iniziò copiando quelle immagini. A volte penso che tutta la mia storia sia una straordinaria concatenazione di eventi: se mio padre non fosse diventato sordo forse non avrebbe mai dipinto, e forse io stesso non sarei mai esistito».
È proprio a Biella, a Trivero, che incontra sua madre Livia.
«Mio padre si trovava lì perché stava realizzando un ciclo di opere dedicate alla storia dell’arte della lana nel Medioevo per Ermenegildo Zegna. Conobbe mia madre perché lei voleva imparare a disegnare e a dipingere.»
La sua pittura rimase lontana dalle avanguardie del Novecento.
«C’è una ragione: la modernità è nata anche attraverso la parola, il confronto, le discussioni tra artisti. Mio padre, essendo sordo, rimase fuori da quella rivoluzione. Continuò a dedicarsi alla pittura figurativa e all’attività di restauratore, particolarmente intensa nel dopoguerra, interveniva su numerose opere antiche provenienti da famiglie costrette a vendere. Iniziai ad aiutarlo a quattordici anni; fu lui a insegnarmi il disegno, il rapporto con l’autoritratto, la copia dal vero.»
Eppure, a un certo punto, sentì che quella non era la sua strada.
«A causa della sua sordità non aveva la patente e io gli facevo da autista, lo accompagnavo in montagna dove dipingeva i suoi paesaggi; nell’attesa mi dedicavo a qualche piccola opera pittorica, ma non provavo emozione. Fu mia madre, alla quale sono estremamente riconoscente, a dire che il futuro era nella pubblicità: lei mi iscrisse alla scuola torinese di Armando Testa, dove sentii per la prima volta parlare seriamente di arte moderna e contemporanea ed ebbi modo di studiarla con attenzione».
Ricorda il momento di svolta?
«Nei primi anni Cinquanta vidi nella vetrina di un negozio di Torino alcune opere di Lucio Fontana. La gente reagiva scandalizzata alle sue tele con i buchi. Io non capivo ancora fino in fondo quelle opere, ma compresi un aspetto essenziale: se un artista arriva a fare qualcosa del genere, significa che ha una ragione profonda per farlo. Dunque dovevo trovare anche io la mia ragione».
Da qui nasce l’autoritratto come metodo di conoscenza?
«L’unica cosa certa era che io esistevo: sapevo di esistere perché potevo vedermi. L’autoritratto diventò un modo per conoscermi, iniziai a realizzare grandi autoritratti molto materici. Poi capii che quella materia doveva avere un confine, e il confine era proprio il mio volto. L’autoritratto diventava la cornice della materia».
Quanto ha pesato, in questa ricerca, la formazione ricevuta da suo padre?
«Moltissimo. Provengo da una cultura di fondi oro, di arte sacra, di immagini ieratiche. Dipingevo figure simili a icone su superfici nere lucidissime: lì accadde qualcosa di decisivo, quella superficie iniziò a riflettere il mondo. Nel quadro entravano il tempo, lo spazio, la presenza dello spettatore. Da lì nacquero i quadri specchianti».
Col tempo i vostri percorsi artistici tornarono a incontrarsi.
«Sì. Quando avevo ormai raggiunto un riconoscimento internazionale, vedevo mio padre continuare a dipingere nature morte. Gli proposi di aggiungere ai dipinti oggetti contemporanei, e tra gli altri inserii, di proposito, un recipiente d’acciaio lucidato a specchio: così, nel dipingerlo, realizzò inconsapevolmente anche il proprio autoritratto. Lo costrinsi a entrare nello specchio, lo specchio che mi aveva premesso di infrangere la quarta dimensione, quella del tempo».
Questa idea attraversa anche il suo concetto di immortalità.
«L’immortalità non è qualcosa di individuale. Esiste nella trasmissione, nella continuità, nel passaggio da una persona all’altra. Io non ho mai considerato morti i miei genitori, continuano a vivere in ciò che faccio».
Se oggi dovesse definire suo padre con una sola immagine?
«Mio padre non è alle mie spalle, è dentro al mio tempo. L’ho portato nel mio lavoro e lui ha portato me nel suo desiderio. A un certo punto le nostre età si sono incontrate, le nostre immagini si sono sovrapposte, le nostre vite hanno smesso di appartenere a due persone diverse. Sono stato suo allievo, ma poi lui è diventato il mio. Mio padre è diventato me».
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