Un’Europa capace di governare l’AI
I cittadini devono essere educati alle conseguenze delle rivoluzioni tecnologiche
Un’Europa capace di governare l’AI
Valentina Garavaglia * | 23 maggio 2026I cittadini devono essere educati alle conseguenze delle rivoluzioni tecnologiche
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C’è un momento, in ogni epoca, in cui il futuro smette di bussare e decide di entrare. Quel momento è adesso.
L’intelligenza artificiale, la trasformazione digitale, la ridefinizione dei modelli economici e sociali non sono più scenari da immaginare, sono la materia del nostro presente.
La questione, allora, non è se e come innovare, ma se siamo e saremo in grado di governare l’innovazione.
Per l’Europa, questa domanda assume un significato ancora più urgente. Perché il rischio non è soltanto quello di restare indietro nella corsa tecnologica, ma di diventare strutturalmente dipendenti da modelli, infrastrutture e piattaforme sviluppate altrove.
Oggi la competizione globale sull’intelligenza artificiale è guidata da grandi attori privati e da strategie nazionali fortemente integrate, in particolare negli Stati Uniti e in Cina.
L’Europa rischia di trovarsi in una posizione intermedia: avanzata sul piano normativo, ma fragile su quello industriale e tecnologico.
È un equilibrio fragile.
Come ci insegna Edgar Morin, «la conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze». Ma senza capacità autonoma di produrre conoscenza e tecnologia, il rischio è che anche le nostre «certezze» siano definite da altri.
Non è un caso che l’Accademia dei Lincei abbia rilanciato la proposta di un grande polo europeo pubblico per l’intelligenza artificiale, sul modello del CERN.
Si tratta di una scelta che va ben oltre la ricerca scientifica: significa investire in una vera sovranità europea del sapere, capace di coniugare innovazione, indipendenza e responsabilità democratica.
Il punto è chiaro: l’innovazione non è neutrale. E non è inevitabile nelle sue conseguenze.
Lo dimostra anche il dibattito più recente, che mette in evidenza i costi nascosti della rivoluzione digitale: il consumo energetico dei data center, l’impatto ambientale dei modelli generativi, la concentrazione del potere tecnologico in pochi grandi operatori globali.
La sfida, dunque, non è soltanto tecnologica, è profondamente politica, inevitabilmente etica.
Riguarda il tipo di società che vogliamo costruire, il grado di autonomia che intendiamo preservare, il ruolo che l’Europa vuole giocare nel mondo.
In questo scenario, il ruolo delle Università è decisivo. Non solo in quanto luoghi strategici di formazione, ma come infrastrutture indispensabili della democrazia europea.
Come Rettrice dell’Università IULM, sono convinta che oggi non basti formare professionisti capaci di utilizzare nuove tecnologie, occorre formare cittadini in grado di comprenderne le implicazioni, i limiti e le responsabilità. In altre parole: non abbiamo bisogno solo di competenze, ma di coscienze vigili.
Questo significa rafforzare la cooperazione tra Atenei europei, investire nella ricerca pubblica e costruire ecosistemi in cui innovazione, impresa e istituzioni dialoghino in modo strutturale.
Le Università sono, sempre di più, luoghi in cui si gioca la capacità dell’Europa di restare protagonista e non spettatrice.
Innovare, allora, non significa inseguire le novità, significa scegliere una direzione che vorremmo progresso reale.
Non può esserci progresso, però, senza responsabilità e autonomia critica.
E oggi, per l’Europa, autonomia e innovazione sono imprescindibili.
* Rettrice Università IULM
23 maggio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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