Quella guerra molto strana
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Quella guerra molto strana

Sabato 23 maggio 2026
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A Trump serve il congelamento del nucleare e l’apertura di Hormuz ma sarà degli iraniani l’ultima parola sul regime di Teheran

Volo Rio-Parigi, anatomia di un incidente: dal congelamento dei sensori agli errori dei piloti, i 4 minuti che hanno cambiato l’aviazione

Quella guerra molto strana

Federico Rampini | 23 maggio 2026

A Trump serve il congelamento del nucleare e l’apertura di Hormuz ma sarà degli iraniani l’ultima parola sul regime di Teheran

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Il conflitto del Golfo si stava quasi trasformando in una «guerra dimenticata». Un po’ perché dall’8 aprile i combattimenti hanno lasciato il posto a una tregua, seppure precaria. Un po’ perché gli effetti sull’economia mondiale si sentono al rallentatore: i rincari dei carburanti ci sono, le temute penurie di alcuni rifornimenti no, o non ancora. Ogni bilancio è temporaneo, mentre si alternano segnali di prolungamento della tregua e possibili nuovi attacchi.
Si può estrarre qualche lezione provvisoria, viziata dall’ignoranza su un dato essenziale: l’ulteriore inasprimento della censura su Internet in Iran ha quasi azzerato la visibilità su ciò che accade dentro il regime di Teheran. Dobbiamo attenerci alle apparenze: il regime resiste, forse con una prevalenza delle frange più estremiste e feroci al suo interno. Sono riprese le esecuzioni degli oppositori.
Sul versante americano, pur essendo un conflitto «combattuto dal cielo e dal mare», con un numero davvero esiguo di vittime, rimane straordinariamente impopolare. In confronto a guerre ben più cruente e tragiche — Vietnam, Iraq — questa ha visto una maggioranza contraria degli americani fin dalle prime ore. Trump ha perso consensi a sinistra e a destra.

Ne risente anche la qualità dell’informazione, visto che i due terzi dei media Usa «tifano» dall’inizio per la sconfitta del proprio Paese.
Ciò non toglie che la sconfitta sia reale, se Trump non porta a casa i due risultati essenziali. Primo: rinuncia o congelamento a lungo termine del piano nucleare iraniano. Secondo: totale riapertura dello Stretto di Hormuz. Il secondo risultato è semplicemente il ritorno alla libertà di navigazione in vigore prima della guerra. Qualsiasi pedaggio, quand’anche fosse condiviso con l’Oman (altra nazione rivierasca) o mascherato come «pagamento di servizi» alle navi in transito, darebbe un vantaggio geopolitico al regime iraniano, oltre che una nuova fonte di entrate per il riarmo. Per quanto Trump voglia manipolare la realtà, non avrà vinto se l’esito su quei due fronti non è chiaro.

Va ricordato che dietro questa guerra si sono intraviste varie finalità. Da un lato consolidare la supremazia americana in Medio Oriente, rafforzando gli amici — Israele, le monarchie arabe del Golfo — e indebolendo i nemici. D’altro lato rafforzare l’egemonia Usa sui mercati energetici mondiali. Infine, scavando nella biografia di Trump, c’era il sogno di essere il primo presidente capace di chiudere una guerra cominciata 47 anni fa dall’Iran contro gli Stati Uniti (unilateralmente, e con l’uccisione di tanti americani), dalla presa di ostaggi del 1979 che distrusse l’autorità di Jimmy Carter.
Sul versante economico in parte la scommessa sta pagando. Poiché l’America è il primo produttore mondiale di gas e petrolio, ha già incassato un guadagno netto di 50 miliardi di dollari. L’energia che non transita da Hormuz, molti Paesi la comprano negli Usa. Il settore energetico americano è un vincitore netto, ma la benzina alla pompa rincara anche qui (pur costando la metà che in Europa), dunque la guerra alimenta il carovita, che a sua volta accentua l’impopolarità di Trump.

In Medio Oriente, l’ultima telefonata Netanyahu-Trump è stata tesa: il premier israeliano tenta di prolungare l’impegno militare degli Stati Uniti; intanto però ha incassato un indebolimento sostanziale del regime iraniano. Sul fronte arabo, i sauditi sono i meno scontenti, hanno difeso con successo le proprie infrastrutture energetiche dagli attacchi iraniani, e sono ben dotati in vie alternative per esportare aggirando Hormuz. Gli Emirati hanno fatto la scelta di campo più netta e clamorosa: l’alleanza militare con Israele. Altri cercano di contribuire a disegnare un assetto futuro del Golfo in cui l’Iran sia meno pericoloso ma pur sempre influente: di qui l’attivismo di Oman, Qatar, Pakistan (che in parte rappresenta gli interessi sauditi).
Per ora quell’assetto viene progettato sulle sabbie mobili. Ma non è una novità: il Medio Oriente non ricorda assetti stabili, tantomeno sicuri e pacifici, da molte generazioni…

Il popolo iraniano? Continua a soffrire. Rimpiange che l’attacco militare israelo-americano non sia avvenuto prima del 28 febbraio, quando avrebbe forse aiutato la rivolta che il regime ha schiacciato con i massacri dell’8-9 gennaio. Alla fine saranno gli iraniani ad avere l’ultima parola sulla sorte del regime, ancora potente malgrado le decapitazioni di leader, la distruzione dell’economia, la corruzione, i crimini. Dal precedente attacco israelo-americano (giugno 2025) alle rivolte di massa di gennaio, passarono quasi sette mesi. Non sappiamo cosa si agita dentro la società civile iraniana, e se la paura per la repressione soffocherà a lungo le proteste.
Allargando lo sguardo al resto del mondo, spuntano due potenziali vincitori a sorpresa. L’Ucraina è diventata indispensabile per tutti quelli che hanno bisogno di adeguare le difese contro i droni iraniani: dagli Emirati fino agli Stati Uniti. Che perfino il Pentagono compri da Kiev professionalità, tecnologia, capacità industriale e soprattutto padronanza dell’intelligenza artificiale sul campo di battaglia, è una delle novità di questa guerra. Mentre a casa propria le forze armate ucraine hanno segnato nuovi successi contro i russi, il bilancio geopolitico è perfino più sostanziale.

Il secondo beneficiario inatteso potrebbe essere Taiwan. Che studia la guerra del Golfo mettendosi nella parte dell’Iran: il combattente più piccolo può compensare un soverchiante squilibrio nei rapporti di forza usando tecnologie asimmetriche e low-cost. Il mondo intero continuerà a studiare questa «strana» guerra, per estrarne nuove dottrine, aggiornare strategie e scenari geopolitici.

23 maggio 2026

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