L'«Amarga Navidad» di Almodóvar al cinema è un ritratto raggelato della creatività perduta
Il regista spagnolo si perde in un gioco di specchi al quale manca sempre qualcosa: l'emozione. Le altre pellicole da vedere sul grande schermo
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L'«Amarga Navidad» di Almodóvar al cinema è un ritratto raggelato della creatività perduta
di Sara D'AscenzoIl regista spagnolo si perde in un gioco di specchi al quale manca sempre qualcosa: l'emozione. Le altre pellicole da vedere sul grande schermo
Bárbara Lennie e Milena Smit in una scena di «Amarga Navidad»
«Amarga Navidad» di Pedro Almodóvar
Vivere il lutto, sopravvivere alla perdita, ma anche, e forse soprattutto, trovare l'ispirazione. Il cantore della memoria, della nostalgia, dell'amore viscerale, Pedro Almodóvar, a 76 anni ammette con sé stesso che più che quel sentimento, un tempo motore vorticoso del suo cinema, nell'ultima parte della sua ricerca sono la morte e il fare cinema le sue ossessioni. In questo film, che persegue l'estetica «griffata» degli ultimi (l'esibizione sfacciata di marchi distrae, non arricchisce la visione) al centro pone un regista, Raúl Durán, un bell'uomo dai capelli bianchi che da cinque anni non riesce a fare un film. Lo stratagemma è giocare di specchi. Così Raúl inventa Elsa, una regista di «film di culto» - cioè film che nessuno ha visto ma che diventano di nicchia, spiega paziente lei - che ha ripiegato nella pubblicità, in crisi per l'emicrania e gli attacchi di panico alla quale a un certo punto non basta più che nella sua vita entri lo spogliarellista buono, Bonifacio (l'aitante Patrick Criado, protagonista di uno spogliarello prolungato e scanzonato): il suo desiderio di esprimersi col cinema travolge la sua vita reale esattamente come potrebbe capitare a Raúl se il suo compagno - anche lui bello e piattamente in attesa - fosse meno paziente. Perché ciò che finora le era bastato - dedicarsi alla pubblicità e guadagnare tanto - ora la soffoca e le provoca attacchi di panico. Entrambe le storie, viste sullo schermo, non arrivano a un punto di caduta, ma restano in superficie. E anche l'introduzione del personaggio dell'amica che soffre per la morte del figlio, che fa tanto arrabbiare l'ex segretaria di Raúl, che lo accusa di averlo rubato dalla sua vita, non risolve né una storia né l'altra. Né lo fa la scena che sembra una stanca autocitazione: quella in cui Elsa e una sua amica ascoltano una canzone di Chavela Vargas. Ma le canzoni non bastano più, non bastano i colori saturi che qui diventano maniera. Non basta Rossy De Palma, retaggio imborghesito delle folli notti madrilene. Tutto è finito e il regista di «Tutto su mia madre» deve fare i conti con sé stesso: l'ispirazione non c'è e rubare a casa propria non basta.
Voto: 6. Copia di un cinema del maestro spagnolo che non esiste più, «Amarga Navidad» è un tentativo di fermare la fine di tutto. Invece di lasciarla arrivare col caos e vedere fin dove si può ancora arrivare.
«Io non ti lascio solo» di Fabrizio Cattani
Il papà di Filo (Giorgio Pasotti) perde Birillo, l'amato cane che gli ricorda la mamma (Valentina Cervi) morta di tumore. Fingendo di andare in uscita con gli scout Filo, ragazzino della fine degli anni Novanta, va col suo amico a cercarlo tra i boschi del paese. Troverà molte cose, tra cui sé stesso e la chiave di tanta infelicità che lo perseguita. Prodotto da Elisabetta Olmi e fotografato dal fratello Fabio, il film appare come un cortometraggio allungato per arrivare in sala, con un'idea sfilacciata, un romanzo di formazione tra i boschi, con citazioni dirette o indirette di film capolavori del genere - da «Stand by me» ai «Goonies» - e poco altro.
Voto: 5. Povero nella sostanza, povero nella recitazione e nella sceneggiatura, è un corto travestito da film. Non basta per arrivare in sala.
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