Chiamate le cose con il proprio nome
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Chiamate le cose con il proprio nome
di Diego De SilvaChe il linguaggio pubblico sia formato in buona parte da frasi standard, eufemismi d’accatto e modi di dire squallidi e raffazzonati ripetuti a pappagallo, è cosa nota. Un’espressione polemica tipica delle schermaglie da talk show, per esempio, è: «Capisco che tu sia nervoso», usata quando l’interlocutore ha espresso un’opinione senza la minima alterazione emotiva o vocale, ma basta dire (secondo chi la pronuncia) una vaccata simile per metterlo in difficoltà o semplicemente sfangare la propria povertà di argomenti. Come se poi chi siede dall’altra parte del monitor non capisse il trucchetto, non distinguesse la consistenza dalla pochezza e non desse del servo a chi è servo.
Se c’è un eufemismo fin troppo abusato in questi anni dal linguaggio della comunicazione e della politica che ha proprio stancato, quello è «inaccettabile». Un aggettivo formale, decaffeinato, senza glutine né olio di palma, tutto sommato inoffensivo, buono per prendere le distanze senza mostrare i denti a chi lo merita. Davanti a questa ritrosia dell’indignazione, viene in mente la magistrale «Domenica delle salme» di Fabrizio De Andrè: «Voi avevate voci potenti/ lingue allenate a battere il tamburo/ Voi avevate voci potenti/ adatte per il vaffanculo».
Prendete le immagini contenute nel video trasmesso dagli attivisti della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, sequestrati nel porto di Hashdod e costretti dalle forze militari dell’IDF a inginocchiarsi, bendati, con le mani legate dietro la schiena e la faccia rivolta al suolo, trascinati e scherniti mentre il ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben-Givir li derideva davanti alle telecamere («Benvenuti in Israele, noi qui siano i padroni», ha aggiunto).
Bene (anzi, male): quelle sequenze non sono inaccettabili: sono ripugnanti, disgustose. Ignobili. Oscene. Fanno schifo. E dovrebbero disgustare chiunque abbia conservato il minimo senso della più elementare civiltà. E bene ha fatto il nostro presidente della Repubblica a parlare di «livello infimo» raggiunto da un esponente del governo israeliano. Un livello quanto più infimo quanto più (o per lo meno) si tenga conto del fatto che i protestanti non erano armati e non avevano alcuna intenzione violenta.
Allo stesso modo, non era «inaccettabile» l’attacco di Trump a Papa Leone XIV; non lo era la posizione di Trump sull’Iran, definita «minaccia inaccettabile» dallo stesso Papa; e meno ancora la reazione di Trump: «Se io non fossi alla Casa Bianca, lui non sarebbe in Vaticano». Solo per dirne alcune.
Un sospiro, insieme di sollievo e di orgogliosa resistenza, ce l’ha offerto proprio Papa Leone con la sua replica: «Non ho paura di lui, né voglio farci un dibattito. Continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra». Come a dire: «Non discuto con te». Che è ben altra cosa dal definire un’offesa «inaccettabile».
A sabato prossimo.
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