Trattare con Giorgia o no. Il dilemma nel centrosinistra (con lo spettro del pareggio)
La spinta di Franceschini per il dialogo sulla legge elettorale
Trattare con Giorgia o no. Il dilemma nel centrosinistra (con lo spettro del pareggio)
di Francesco Verderami | 23 maggio 2026La spinta di Franceschini per il dialogo sulla legge elettorale
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Messaggio ai duri e puri del centrosinistra: «La rigidità di quanti oggi non vogliono trattare con Giorgia Meloni sulla legge elettorale, li porterà domani a dover trattare con Giorgia Meloni sul governo». E nessuno poi dica che Dario Franceschini non li aveva avvisati.
Non è una profezia quella dell’ex ministro della Cultura ma una constatazione dettata dall’analisi dei numeri e delle proiezioni: con l’attuale meccanismo di voto il pareggio nel 2027 è dato (quasi) per scontato. Se ne sono resi conto anche gli esperti del Pd, che usando persino i risultati del referendum sulla giustizia — dove il No ha vinto con largo margine — sono giunti praticamente alle stesse conclusioni.
Così il fantasma della «non vittoria» riappare all’orizzonte quattordici anni dopo il risultato che impedì a Pier Luigi Bersani di andare a Palazzo Chigi. Un epilogo che potrebbe colpire sul fronte opposto il centrodestra e che in ogni caso Franceschini considererebbe «infausto». Perché i timori del dirigente democratico riguardano la tenuta dei due schieramenti: «Il pareggio sarebbe un disastro per l’Italia perché si correrebbe il rischio di un definitivoavvitamento del sistema politico».
Si tratta di considerazioni svolte in una riunione riservata, durante la quale l’ex ministro ha ripercorso la storia recente del Palazzo e del suo rapporto con il Paese. «I governi di larghe intese possono essere un’eccezione ma ora stanno diventando la regola»: dalla caduta dell’ultimo governo Berlusconi «ce ne sono stati quattro. Due guidati da politici, Enrico Letta e Matteo Renzi. E due guidati da tecnici, Mario Monti e Mario Draghi».
Il punto è che in coincidenza di questa fase è «aumentata la spinta dei populismi». Segno di una sempre maggiore distanza del Paese dal Palazzo. Perciò a giudizio di Franceschini non regge la tesi dei pareggisti, di chi cioè ritiene che «siccome la destra non riesce a governare e la sinistra nemmeno, bisogna trovare un’alternativa».
Traduzione: facendo intuire che i due blocchi sono inadeguati si manderebbe un preventivo segnale di sfiducia verso l’intero sistema politico. Per questo motivo nelle scorse settimane Franceschini ha esortato il Campo largo a dialogare con gli avversari sul progetto di una nuova legge elettorale.
«Ma nel centrosinistra sono tutti convinti che non si debba discutere con la premier. Mi chiedo però: se restasse il Rosatellum e dal voto non emergesse una chiara maggioranza, ai duri e puri toccherebbe trattare con il centrodestra per il governo». Quella eventualità potrebbe provocare il temuto «disastro».
Si accentuerebbe infatti una schizofrenia di sistema: da una parte l’esecutivo nazionale che inevitabilmente terrebbe dentro partiti dei due schieramenti e dall’altra le giunte regionali e locali guidate dalle forze di uno dei due schieramenti. Alla lunga si produrrebbe un cortocircuito che «avvantaggerebbe le forze anti-sistema».
Franceschini, che era inizialmente scettico sulla reale volontà di Meloni di varare un nuovo meccanismo di voto, si è infine convinto che «andrà fino in fondo». D’altronde, se la premier vuole una riforma che garantisca la vittoria nelle urne a una delle due coalizioni il motivo è evidente: anche lei teme il pareggio più della sconfitta.
Non a caso sulla materia la presidente del Consiglio ha di fatto posto una sorta di questione di fiducia agli alleati. Sarà il passaggio parlamentare più delicato del finale di legislatura. Perché l’eventuale mancata approvazione della legge dovuta a una spaccatura nel centrodestra potrebbe produrre clamorose conseguenze nell’alleanza: la leader di FdI in quel caso potrebbe decidere di non accompagnarsi con i «pareggisti» alle elezioni.
In Parlamento si preannuncia insomma una resa dei conti tra «bipolaristi» e «pareggisti» e non c’è dubbio su quale sia la linea di Franceschini, pur militando nello schieramento avverso a Meloni.
Ma il conflitto politico non è limitato al tema della governabilità. Il dirigente democratico l’ha fatto capire chiaramente al termine del colloquio riservato con i compagni del suo partito: «Il pareggio sarebbe un disastro per il sistema bipolare e per il Paese ma sarebbe l’ideale per un accordo sulla futura presidenza della Repubblica».
Fulminante. E giusto per non lasciare adito a dubbi, Franceschini ha concluso con una domanda retorica: «Secondo voi cos’è più importante? Palazzo Chigi o il Quirinale?». Ecco cos’è davvero in gioco. Infatti nessuno dei presenti ha risposto. Non ce n’era bisogno.
23 maggio 2026
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