Al ritmo di Carlin
Al ritmo di Carlin
di Massimo Gramellini | 23 maggio 2026I tuoi preferiti
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Carlo Petrini detto Carlin (1949-2026), amico di re e contadini, se ne è andato come piaceva a lui: lentamente. Dopo una lunga malattia attraversata senza vittimismi, annusando i bicchieri di vino che non poteva più bere.
Lo conobbi in uno dei periodi più inutilmente frenetici della mia vita. Mi insegnò tre o quattro cosette che non ho ancora del tutto imparato, ma che non ho più dimenticato.
A masticare ogni boccone almeno venti volte, riconoscendone sapori e fragranze.
A rallentare il passo, che non significa andare piano, ma andare a ritmo, immersi nel ciclo della vita.
A difendere le proprie tradizioni senza chiudersi a quelle degli altri. (Una volta, nel suo fortilizio di Bra, mi versò sugli agnolotti un misterioso condimento di provenienza subsahariana, accompagnandoli con un arrembante vinello australiano: con lui giravi il mondo senza alzarti da tavola.)
A trovare un punto d’accordo con tutti, specie con quelli con cui ti trovi in disaccordo su tutto.
E poi c’era la sua frase preferita, che ogni anno riscrivo sulla prima pagina della nuova agenda: «Chi semina utopia raccoglie realtà». Il sogno come motore, il meno inquinante che esista.
Se immagino l’antidoto al modello imperante, la cui frenesia non fa quasi mai rima con allegria, penso a Carlin che a qualunque ora ti accoglieva come una madre: «T’has mangià?», «Hai mangiato?». E in un attimo ti ritrovavi fuori dalla dittatura del tempo, in un altrove che credo si chiami eternità.
23 maggio 2026
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