Morto David Abulafia, lo storico del Mediterraneo
Lo studioso britannico aveva 76 anni. Fondamentali i suoi studi su Federico II
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Morto David Abulafia, lo storico del Mediterraneo
di Amedeo FenielloLo studioso britannico aveva 76 anni. Fondamentali i suoi studi su Federico II
David Abulafia (1949-2026)
È morto sabato 24 gennaio, a Cambridge, all’età di 76 anni, David Abulafia (1949–2026), storico, interprete dell’Italia medievale, della Spagna e soprattutto del Mediterraneo. Con la sua scomparsa si spegne una voce capace di parlare agli specialisti e al grande pubblico con la stessa autorevolezza, unendo archivi e narrazione, microstorie e visioni di lungo periodo.
La sua formazione fu precocissima. Nato a Twickenham, in Inghilterra, e formatosi a Cambridge, nel 1974 entrò al Gonville & Caius College come Research Fellow: aveva ventiquattro anni. Da allora il Caius restò la sua casa intellettuale, il luogo da cui guardare il mondo e dove costruire una lunga carriera, fino ad occupare la cattedra di Storia del Mediterraneo a Cambridge e poi raggiungere il titolo di professore emerito. In quell’ambiente – severo e insieme cosmopolita – Abulafia maturò un’idea semplice e ambiziosa: fare storia su una scala mediterranea senza perdere mai la concretezza degli stili di vita, delle realtà urbane, delle città, dei porti e dei mercati. Chi lo ha ascoltato ricorda la chiarezza con cui sapeva trasformare un fascicolo d’archivio in una sequenza di domande concrete: cosa fa muovere gli uomini? Che cosa rende possibile la convivenza? Quando il commercio diventa dominio?
LEGGI ANCHE:Abulafia fu sempre molto legato all’Italia, in special modo alla sua vita economica e alle sue attività commerciali, a partire da una delle sue prime prove, Le due Italie (1977; edito in Italia da Guida nel 1991): un’indagine esemplare su come il Mezzogiorno normanno-svevo e l’Italia dei comuni fossero legati da traffici, uomini e istituzioni più che separati da confini politici ed istituzionali. Ed egli fu capace di seguire questa trama attraverso le vicende di mercanti e rotte, contratti e denaro, da Genova a Palermo, lasciando suggestivamente rilevare che la distanza tra le due Italie era spesso più una costruzione dei poteri che non una realtà naturale, con uno sguardo già qui mediterraneo e dove la storia economica diventa storia sociale.
Tuttavia, in Italia il suo nome resta indissolubilmente legato alla figura dell’imperatore svevo Federico II. Con Federico II: Un imperatore medievale (1988; Einaudi, 1990) compì un gesto storiografico che oggi appare naturale, ma che allora richiese coraggio: sottrarre l’imperatore svevo alla leggenda dell’«anticipatore», del sovrano pre-moderno, laico e razionalista, proiettato fuori dal Medioevo. Contro una tradizione che — anche grazie al fascino letterario di Ernst Kantorowicz — aveva fatto di Federico un’eccezione assoluta, Abulafia restituì invece un sovrano pienamente medievale: pragmatico, attento all’amministrazione e alla legittimità, capace di negoziare quanto di sfidare Roma, meno «solitario genio» e più costruttore di poteri entro vincoli e opportunità del suo tempo. Un uomo medievale integrale, come tenne a sottolineare, che liberò il personaggio dalle lusinghe di interpretazioni spesso troppo ideologiche.
L’impronta più profonda Abulafia l’ha lasciata nel modo in cui ha raccontato le tante e sfaccettate società ed economie mediterranee. Ai suoi occhi le etichette «commercio», «città», «Stato» sfumavano se non si intravvedevano dietro ad esse, all’opera, gli attori viventi, le persone: mercanti e marinai, banchieri e artigiani, minoranze religiose, famiglie in movimento in una eterna diaspora. Nei suoi lavori la storia economica non è mai un elenco di prezzi e bilanci ma fiducia e credito, rischio e informazione che viaggia, è reputazione, è diritto, è violenza. Così, con il suo libro più celebre, Il Grande Mare (2011; Mondadori, 2013), Abulafia ha raccontato una «storia umana» del Mediterraneo, facendo della circolazione di persone e di beni il filo conduttore di una lunghissima vicenda. Abulafia dialogava con la grande tradizione braudeliana ma, per molti versi, ne capovolgeva il senso: non il racconto delle strutture immutabili prima degli uomini, bensì gli uomini – con decisioni, paure, intraprendenze – come protagonisti entro le strutture. Per quel volume ricevette la British Academy Medal; più tardi, con The Boundless Sea (2019), allargò lo sguardo agli oceani e vinse il Wolfson History Prize, come se il Mediterraneo fosse stato il suo apprendistato per capire le dinamiche più ampie dell’intero Pianeta. Anche qui la tesi era limpida: le rotte marittime non sono un destino, ma una scelta umana, continuamente rinegoziata.
Le sue altre ricerche sono un arcipelago coerente coi suoi studi e disegnano una mappa della sua curiosità: dai regni del Mediterraneo occidentale fra Duecento e Quattrocento alla storia del regno di Maiorca e dei domini aragonesi, alla centralità di Napoli nelle dinamiche politiche e mercantili; fino alle esplorazioni atlantiche e ai primi incontri – spesso violenti e sempre decisivi – tra europei e popolazioni indigene nell’età di Colombo (La scoperta dell’umanità, 2008; il Mulino, 2010). E chi ha letto questi come tutti gli altri lavori ricorda il suo stile: sobrio, polemico quando serviva, refrattario alle mitologie identitarie e alle semplificazioni consolatorie. Il suo Mediterraneo non era una parola da pronunciare con nostalgia, ma emerge sempre come problema storico: un luogo dove l’intreccio può generare convivenza e persecuzione, prosperità e miseria, scambio e guerra. Con la sua morte il mondo degli studi perde un grande interprete e l’Italia un interlocutore raro: uno storico capace di capire il Mediterraneo e le sue storie, con una sensibilità e una capacità non comuni.
26 gennaio 2026 (modifica il 26 gennaio 2026 | 00:27)
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