Sylvester Stallone: “Rocky e Rambo sono come bimbi rifiutati dalla loro madre America, come me”
La Repubblica

Sylvester Stallone: “Rocky e Rambo sono come bimbi rifiutati dalla loro madre America, come me”

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Sabato 28 marzo 2026
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Da piccolo non ha mai ricevuto abbracci. Poi, col tempo, ha aperto il cuore. Alle sue figlie, e ai suoi personaggi: “Nessuno di quelli che ho amato davvero è morto. Mai”

Sylvester Stallone è stato uno dei produttori più redditizi di Hollywood per quasi 50 anni. I maggiori franchise cinematografici di cui è stato protagonista, talvolta sceneggiatore e regista, hanno incassato più di 4 miliardi di dollari, creando due tra i più iconici personaggi della storia del cinema americano: il pugile Rocky Balboa (e i suoi spin-off Creed) e il reduce del Vietnam Rambo. Non contento, eccolo reinventarsi la serie di film I Mercenari, omaggio ai blockbuster del cinema 80 e 90 in cui ha riunito le vecchie glorie di quegli anni. Lo incontriamo alla presentazione della terza stagione di Tulsa King, mentre sta per girare la quarta.

Qual è la sfida maggiore di questa serie?

“Realizzare un film di gangster, ma in un modo nuovo. Per anni mi hanno detto: ‘Dopo I Soprano, è finita. Sarà impossibile creare un personaggio iconico come Tony’. Sì, lo ammetto, I Soprano sono, oltre che una serie fantastica, la pietra miliare del genere. Ma anche noi siamo riusciti ad arrivare dove volevamo”.

Cos’è servito per farcela?

“La scrittura, l’arte più difficile, perché vuoi che tutti i personaggi dicano qualcosa di significativo. Finita quella, il 90% dei problemi è risolto”.

Dwight Manfredi, in Tulsa, ama le donne. Rocky ama Adriana. Ma anche lei nella vita reale è circondato da donne.

“Sono 50 anni che dico alla gente che quella di Rocky è una storia d’amore. Senza Adriana, non ci sarebbe storia. Quando ho iniziato la serie, non c’era amore in Tulsa King. Era un tipo terribile, faceva del male a tutti. In prigione ha perso figlia e moglie, tutto ciò che poteva renderlo tenero, romantico e premuroso, e quindi deve ritrovare l’amore”.

Cos’ha detto di nuovo con Dwight, rispetto ai personaggi precedenti?

“Nessun uomo è un’isola. Poteva rimanere solo e arrabbiato per tutta la vita oppure cercare di fare amicizia e crearsi una nuova famiglia. Ho sempre pensato che la malattia più grave di cui possiamo soffrire sia la solitudine. L’isolamento è tristissimo”.

foto CONTRASTO 

Quest’anno Rocky compie 50 anni. Ha appena pubblicato il suo memoir, The Steps. Un’altra sfida?

“Volevo guardare dentro di me. Mi sono piaciute tutte le sfide che ho affrontato. Le persone che ho incontrato, le parole che ho scambiato, le lotte che ho combattuto, sono esperienze che mi hanno portato dove sono. Non avrei potuto essere qui se la mia traiettoria fosse stata tranquilla, perché il mondo non funziona così. È lotta per la sopravvivenza, solo i forti sopravvivono”.

Cosa le piace di Rocky o Rambo?

“Molti attori non amano mostrare il loro lato tenero. I film d’azione, se fatti bene, sono una vera e propria mitologia moderna. Ma nella mitologia è necessario inserire il fattore umano: l’incapacità di superare la paura. Se sono infallibile e nessuno può battermi, non va bene. Ho visto molti film d’azione in cui non succede nulla al personaggio, è insensibile al dolore, alle emozioni, a qualsiasi cosa. Rocky e Rambo sono spaventati, deboli, tristi, suscitano empatia. Non pensano di essere migliori degli altri, il personaggio deve essere emotivamente ferito. Solo così il pubblico può amarlo. Mi sento vicino a loro, perché sono come dei bambini rifiutati dall’America, dalla madre. Un po’ come me”.

In che senso?

“Mio padre Frank era un barbiere e mia madre Jackie vendeva sigarette in un nightclub, ma avrebbe voluto diventare una famosa soubrette. Erano entrambi violenti e picchiavano spesso me e mio fratello Frank Jr. Mia madre non mi ha mai voluto. Diceva che se avessi avuto qualche menomazione, mi avrebbe messo sul balcone e fatto morire di polmonite. Da lei non abbiamo mai ricevuto un abbraccio. Ho iniziato a recitare perché era l’unico modo in cui mi sentivo in controllo della situazione”.

In qualche modo per caso, quindi.

“Ho cercato di perseguire qualcosa che mi rendesse felice, anche se nel 98% dei casi significa disoccupazione. Così ho deciso di imparare a scrivere. Ero pessimo, lo sono ancora oggi, non so cosa sia un pronome. Ma quando scrivi un dialogo, il modo in cui parli è personale come le tue impronte digitali. Ho semplicemente orecchio. Così ho scritto una storia su un delinquente che non è proprio un delinquente, anche perché altrimenti avrei solo fatto ruoli da delinquente. Poi, nel 1975, Muhammad Ali incontrò Chuck Wepner, pugile del New Jersey che di giorno vendeva alcolici. Wepner mise Ali al tappeto, diventando uno dei soli quattro pugili ad averlo fatto. Ed è nato Rocky”.

La famiglia è importante per lei?

“La solitudine è terrificante. Non ho messo sempre la famiglia al primo posto, sono spesso stato un maniaco del lavoro. Avevo paura di non farcela. Quando guardo le mie figlie, dico: “Non sarò qui per sempre”. Quindi ascoltate i vostri figli, amateli, un giorno non ci sarete più. È triste, ma è la verità. Approfittate di tutte le opportunità per concentrarvi davvero su ciò che è importante, è bello fare un film, ma non è cruciale”.

Com’era la sua vita di attore prima del successo?

“Nessuno mi voleva perché quando sono nato, un forcipe mi ha causato danni permanenti ai nervi della parte sinistra del viso. Di conseguenza ho un leggero difetto di pronuncia, e quindi mi sceglievano solo per interpretare ruoli da delinquente. Prima di Rocky, sono stato scritturato in scene di rapina con Woody Allen e Jack Lemmon, in film diversi. Il mio primo ruolo serio è stato in Brooklyn Graffiti, dove ho incontrato uno dei miei migliori amici, Henry Winkler”.

Cos’è la fama?

“È uno stato alterato, inebriante. Sei trattato in modo speciale, è inevitabile. A quel punto hai due scelte: essere gentile con le persone oppure orribile. Sono grato per quello che ho raggiunto e ho insegnato alle mie figlie a essere empatiche perché sono molto fortunate”.

Che cosa succederà a Dwight?

“Non verrà ucciso, non avrà un tumore, non finirà in barella come tutti i gangster. In realtà nessuno dei personaggi che ho amato è mai morto. Mai”.

PROFILO

Sylvester Enzio Stallone nasce a New York da Frank Francesco, barbiere pugliese, e Jackie, astrologa e venditrice di sigarette nei nightclub. Una volta intrapresa la carriera cinematografica sceglie come soprannome Sly, in onore dei suoi personaggi. Rocky gli vale la candidatura agli Oscar come miglior attore e miglior sceneggiatore. Ha scritto tutti e sei i film della saga, dirigendone quattro; ne ha co-sceneggiato cinque della serie Rambo e tre della serie I Mercenari. Di Tulsa King si aspetta la quarta stagione. Stallone è anche pittore e colleziona arte. Nel 2023 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Gioia del Colle (Ba), in Puglia, insieme al fratello Frank Jr.

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