Enrica Bonaccorti, che ha molto amato
La Repubblica

Enrica Bonaccorti, che ha molto amato

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Venerdì 23 gennaio 2026
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Una volta c’era da sostituire Raffaella Carrà. Avevano rifiutato tutti. Enrica era la decima della lista. Accettò. Tremano gli inadeguati, si offendono soltanto gli stupidi. “Non preoccuparti, andrà tutto malissimo”, le sibilò Gianni Boncompagni

Puoi chiamarla sfortuna, ma è una carezza che non consola. Puoi chiamarla battaglia, ma l’unica arma che conosci è la penna. Dov’eri? Chi eri? Che cosa hai fatto in tutti questi anni? Quando la giovinezza non costringeva alla contabilità, le ore di Enrica Bonaccorti erano senza clessidra. Trascorreva i pomeriggi nei teatrini di avanguardia. Ascoltava le battute e le faceva sue. Aspettava che sorte e destino convergessero e poi quando si creava l’occasione e l’emergenza si trasformava in necessità balzava in piedi: “Dobbiamo sostituire l’attrice all’improvviso, mancano due giorni al debutto”. Lei alzava la mano: “Prendete me, so tutte le battute a memoria”. Andava in scena. In cartellone oggi c’è la sua malattia, ma Enrica rifiuta di lasciarle il palcoscenico. Il tempo lo apprezzi soprattutto quando manca. È ancora suo ed è la cosa più preziosa che ha. Non è questione di cellule, ma di non vivere a metà con i curiosi sull’uscio e la pietà da domare in fondo a certi sguardi. Non la vuole, non la cerca, non la desidera. Può dare finalmente ragione a sua madre: sosteneva che Enrica mancasse di ambizione. Ecco, Titta, avevi ragione. Tua figlia non ambisce. Non ambisce a raccontare la sofferenza, non ambisce a diventare Nicholas Ray, non ambisce a documentare minuto per minuto un temporale che, dice, costringe tanta gente come lei ad aprire l’ombrello. Non si sente speciale, non vuole diventarlo, non ha mai voluto esserlo. A un certo punto, non si sa come, arrivò nelle nostre vite. Apparve da uno schermo, da un altro pianeta, da un luogo in cui si comunicava attraverso codici che non si era sforzata di imparare. C’era da sostituire Raffaella Carrà. Cani, gatti, fagioli, talento. Avevano rifiutato tutti. Enrica era la decima della lista. Accettò. Tremano gli inadeguati, si offendono soltanto gli stupidi. “Non preoccuparti, andrà tutto malissimo”, le sibilò Gianni Boncompagni alla vigilia di Pronto, chi gioca?.

Un po’ scherzava, un po’ si sbagliava. Si sbagliarono tutti. Lei non si chiese neanche perché. Lavorava e viveva in un appartamento tanto tetro da sembrare una caserma. In divisa, in caserma, lavorava anche suo padre. Un giorno a Genova, l’altro in Sardegna. Erano inverni così rigidi che in Piazza Dante a Sassari, a gennaio, si usciva con gli sci ai piedi. E dove erano geograficamente abituati alla neve, come a Cuneo, si inventavano canzoni solari che avrebbero fatto la storia. Enrica che racconta in un camerino piemontese a Domenico Modugno della sua sofferenza d’amore adolescenziale, Mimmo che saltella e sembra levitare: “Sarà un successo, sarà un successo”. Le note, le parole, le stagioni della vita. La lontananza sai è come il vento. Ora che ha ripreso a soffiare bisogna coprirsi.

Non vedevo Enrica da più di trentacinque anni. Avevo frequentato lei e sua figlia Verdiana da bambino. La madre: gentile, generosa, molto spiritosa. La figlia: di cui eravamo tutti segretamente innamorati. In una foto dell’epoca, forse eravamo al mare, sorridono sporgendosi dal finestrino di una macchina. Sono andato a trovarle e ho ritrovato gli stessi occhi. La forza di trovarsi dalla stessa parte. Se cerchi un compromesso con il male perdi sempre. Se conosci l’umorismo sei immortale. Meglio somigliare a chi si è stati. Meglio sognare. Meglio scrivere. Enrica lo fa fin da bambina. Mette in fila i dubbi, dà ordine al caos: “Non si è mai preparati all’ultimo incontro / non abbiamo strumenti se non l’utopia”. Enrica Bonaccorti è nata in autunno, quando ogni foglia è un fiore e ha 76 anni. Ha amato molto, qualche volta si è fidata troppo, altre è stata sveglia ad aspettare una risposta senza mai concedersi il rischio del pentimento. Le mani perse al tavolo da gioco sono diventate poesie: “Sono un incubo i rimpianti, finché non ti addormenti, finalmente”. Le poesie domande esistenziali: “Non riesco a pensarci / non riesco a non pensarci / ma non so cosa pensare”.

Illustrazione di Jean Michel Tixier

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