Giacomo L.: “Sono stato vittima di mobbing: la mia rinascita è iniziata quando mi sono licenziato”
La Repubblica

Giacomo L.: “Sono stato vittima di mobbing: la mia rinascita è iniziata quando mi sono licenziato”

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Domenica 1 marzo 2026
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La psicologa dà un nome al problema di Giacomo, mobbing orizzontale, definendone sintomi e conseguenze

“Pensavo di aver raggiunto il lavoro dei miei sogni, ma non immaginavo che la mia felicità sarebbe durata così poco. Il mobbing orizzontale messo in atto dal mio collega Riccardo e da altri nostri colleghi stava lentamente erodendo la fiducia in me stesso, la sicurezza nelle mie competenze, e condannando la mia salute, sia fisica che mentale. Lasciare quell’azienda è stata la scelta più difficile, ma anche quella che mi ha salvato”. Giacomo L., 40 anni, web designer, racconta di aver lasciato a fatica il lavoro che aveva desiderato per anni: dopo aver lavorato a lungo in piccole società, era stato assunto in una grande agenzia di comunicazione di Milano. “Mi era sembrata un’opportunità straordinaria, ma l’esperienza si è trasformata in un incubo”.

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Il lavoro “dei sogni"

“Dopo anni passati in una piccola società, finalmente avevo fatto il grande salto: un’agenzia importante, progetti di alto profilo, colleghi competenti e un team creativo con cui crescere. Ero entusiasta, convinto che il mio talento sarebbe stato riconosciuto. Fin dai primi giorni, però, ho incontrato una persona ostile, Riccardo. Era in azienda da anni, rispettato e ben visto dai superiori. All’inizio sembrava gentile, disponibile, ma presto ho percepito una sottile resistenza nei miei confronti: mi correggeva in pubblico, faceva commenti pungenti, lanciava sguardi che trasmettevano disapprovazione. Non capivo se fosse solo attenzione critica o qualcosa di più strategico. Poi ho capito: Riccardo vedeva in me un soggetto in grado di disturbare il suo dominio interno e aveva deciso di farmi sentire indesiderato, mettendomi all’angolo”.

Il mobbing e l’effetto psicologico ed emotivo

“Il comportamento di Riccardo era diventato sistematico. Ogni progetto veniva analizzato con occhi ipercritici, ogni mia idea ridicolizzata davanti al team. Col tempo, anche alcuni colleghi, fedeli a lui, hanno iniziato a emulare i suoi atteggiamenti: facevano battute sulle mie capacità, mi escludevano dalle riunioni, ignoravano le mie proposte. Mi stavano facendo mobbing, chiaramente,e l’effetto su di me è stato devastante. Tornavo a casa con mal di testa, insonnia e un senso di vuoto. Iniziavo a dubitare delle mie competenze, della mia preparazione, della mia capacità di stare in quell’ambiente. La mia autostima crollava ogni giorno di più. Sentivo che non potevo confidarmi con nessuno, perché ogni parola poteva tornare contro di me, come se fossi intrappolato in una rete invisibile. Ho passato settimane a cercare di resistere, a convincermi che dovevo imparare, adattarmi, resistere. Ma ogni mattina mi svegliavo con un peso sul petto, ansia diffusa e una costante paura di sbagliare. Il lavoro dei miei sogni si era trasformato in una gabbia e io mi sentivo impotente, intrappolato tra le aspettative dell’azienda e la cattiveria velata di Riccardo”.

La scelta più difficile: “mi licenzio”

“Dopo mesi di tensione crescente, ho capito che continuare a lavorare in un ambiente tanto tossico sarebbe stato distruttivo. Certo potevo denunciare Riccardo, ma non ero pronto a sopportare tutto lo stress che ne sarebbe conseguito. Avevo bisogno di un taglio netto e di lasciarmi ogni cosa alle spalle. Così ho preso la decisione di licenziarmi. Anche se non è stato facile, temevo di perdere la stabilità economica e di dover ricominciare da zero. Ma ho realizzato che la mia salute mentale e la mia dignità valevano più di qualsiasi lavoro prestigioso. Lasciata l’agenzia, ho cominciato a respirare di nuovo. Dormivo meglio, ritrovavo concentrazione, fiducia in me stesso e motivazione. Ho deciso di mettermi in proprio come freelance: scegliere i miei clienti, gestire il tempo, lavorare senza subire manipolazioni psicologiche. È stato un cammino tortuoso, ma ce l’ho fatta. Ogni giorno sento di aver ripreso il controllo della mia vita e del mio lavoro. Il mobbing mi aveva messo alla prova, ma mi ha anche insegnato a riconoscere i miei limiti e a difenderli. Oggi vivo meglio, più sereno, e so che nessun lavoro vale il sacrificio della propria salute mentale. La mia rinascita è iniziata quando ho detto “basta”, e da quel momento ho riscoperto il piacere di fare ciò che amo senza paura”.

La psicologa dà un nome al problema di Giacomo: mobbing orizzontale

“La storia di Giacomo ci porta dentro una sofferenza che spesso fatica a essere riconosciuta, perché non lascia segni immediatamente visibili, ma scava in profondità. Il suo racconto mostra come il lavoro, da spazio di crescita e riconoscimento, possa trasformarsi in un luogo di logoramento quotidiano, dove la fiducia in se stessi viene lentamente corrosa”, spiega la dott.ssa Valentina Bigazzi, psicologa e psicoterapeuta.

Il mobbing orizzontale è una forma di violenza psicologica esercitata da colleghi dello stesso livello gerarchico. Si manifesta attraverso svalutazioni pubbliche, critiche continue, esclusione dalle comunicazioni, delegittimazione professionale e isolamento progressivo. Non si tratta di conflitti episodici, ma di un clima costante che mira a indebolire la persona, a farla dubitare del proprio valore e, spesso, a spingerla ad abbandonare il contesto di lavoro.

Gli effetti di questo tipo di violenza sono profondi. Come emerge dalla storia di Giacomo, colpisce prima la sicurezza personale e poi l’identità. Compaiono ansia, insonnia, disturbi psicosomatici, paura di sbagliare, senso di impotenza. Progressivamente, la persona finisce per interiorizzare lo sguardo svalutante dell’altro, perdendo il contatto con la propria esperienza e con i propri bisogni. I confini personali si indeboliscono e l’ambiente di lavoro viene vissuto come costantemente minaccioso.

Giacomo prova a resistere, come fanno in molti. Cerca di adattarsi, di migliorare, di sopportare. Ma il corpo e le emozioni continuano a mandare segnali chiari: quel contesto non è più sostenibile. La scelta di licenziarsi non è una fuga, ma un atto di consapevolezza e di tutela di sé. È il momento in cui smette di chiedersi cosa deve fare per essere accettato e inizia a chiedersi cosa gli serve per stare bene.

La rinascita arriva proprio da questa decisione difficile. Uscire dall’agenzia significa affrontare l’incertezza, ma anche recuperare il controllo sulla propria vita. Diventare freelance gli permette di ricostruire confini più sani e relazioni professionali fondate sul rispetto. La sofferenza non viene cancellata, ma trasformata in un’esperienza che insegna a riconoscere i segnali di pericolo e a proteggere il proprio equilibrio interiore.

La storia di Giacomo mostra che il mobbing non è una prova di debolezza di chi lo subisce, ma una violenza relazionale che può colpire chiunque. E che, a volte, la rinascita comincia proprio quando si trova il coraggio di dire “basta” e di mettere la propria salute mentale e il proprio valore al primo posto”.

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