We Should All Be Canadians (Un’altra America è possibile)
A nord del confine con gli Usa di Trump c’è un Paese che, grazie al suo inatteso soft power, si propone come “faro in un mondo alla deriva”
“Le potenze medie devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo finiamo nel menù”. Mark Carney è l’eroe ordinario di cui il Canada si è improvvisamente accorto di aver bisogno, scegliendolo come primo ministro in elezioni anticipate vinte (da sfavorito) nel 2025. Per il resto del mondo, la fascinazione nei confronti dell’economista liberale oggi a capo del governo di Ottawa si è consumata a metà gennaio, dopo un intervento diventato virale dal palco del World Economic Forum di Davos, con cui ha detto la sua sulla fine dell’ordine globale e di una certa ipocrisia occidentale. Look impeccabile nei suoi abiti su misura – che la dicono lunga sull’influenza british, tra studi a Oxford e anni a Londra a capo della Bank of England – aplomb da tecnocrate prestato alla politica e occasionali lampi di umorismo, Carney è la nemesi di Donald Trump. Appena tornato alla Casa Bianca, il presidente Usa ha prima minacciato di annettere il Canada come 51° Stato e poi ha ricattato a più riprese Ottawa con la solita clava dei dazi doganali. Davanti al bullo a stelle e strisce, il Paese si è ritrovato a fare l’allievo un po’ secchione che non si gira dall’altra parte. Ma risponde con l’esempio, a suo modo proiettando una forma di soft power. Le Monde ha tradotto integralmente il discorso in francese, molti giornali italiani hanno fatto lo stesso; il Guardian vi ha visto la definizione di una nuova dottrina multilaterale che parla anche agli europei. “Dobbiamo essere il faro per un mondo alla deriva”, ha insistito Carney.
un rave a Toronto. foto di Kirk Lisaj
Un’America affidabile, insomma, c’è ancora. Ma va cercata più a nord. La consapevolezza ha cominciato a maturare in casa, risvegliando un certo orgoglio nazionale. Preso in prestito dall’hockey sul ghiaccio – che è lo sport nazionale – il grido Elbows Up!, in difesa e “a gomiti alzati”, si è trasformato in slogan politico di un Paese che resiste, unito. I canadesi sono stati i primi a scaricare sui loro smartphone app per identificare i prodotti made in Usa, da boicottare nei supermercati in nome del buy Canada. I vini – dall’Ontario alla British Columbia – hanno conosciuto così un incremento di vendite, al posto delle etichette californiane. Il fenomeno l’ha vissuto pure Justin Trudeau, che nei suoi dieci anni da premier (appena prima di Carney) ha incarnato un Canada portabandiera di diritti civili, ambiente e diversità. Ricomparso a Davos, nella prima uscita ufficiale al fianco della fidanzata Katy Perry, Trudeau ha raccontato – non a caso in un panel dedicato al soft power – di come, durante un appuntamento in un rooftop bar di Montréal, il cameriere gli abbia risposto picche all’ordine di un Jack and Coke.
festival Best Out of Town, nell’Ontario. Foto All This Productions
Non solo drink autoctoni, anche gli studenti europei e stranieri in generale ora preferiscono il Canada agli Stati Uniti per gli scambi universitari o l’anno all’estero. E ancora, dopo decenni in cui Hollywood ha pescato a mani basse dal vicino settentrionale – da James Cameron a Denis Villeneuve – e gli studios statunitensi hanno monopolizzato le produzioni, anche i consumi culturali si stanno riorientando. Tra marzo e giugno 2025, Cbc Gem (il servizio di streaming della tv pubblica canadese) ha registrato un +24% di tempo di visualizzazione rispetto allo stesso periodo del 2024, mentre Crave, la piattaforma che è diretta concorrente dei colossi Usa, ha segnato un incoraggiante +29% di abbonamenti. Carney lo aveva detto alla 50ª edizione del Toronto Film Festival, parlando delle porte aperte agli autori di tutto il mondo: “I capitoli migliori della nostra storia devono essere ancora scritti”.
un evento del Pride a Toronto. Foto All This Productions
Il Canada, insomma, non è mai stato così cool e lo sanno anche al di là della frontiera. Forse non è un caso che, nel mezzo di una tempesta di neve a fine gennaio, il sindaco di New York Zohran Mamdani abbia invitato a rimanere in casa a “leggere Heated Rivalry”, il romanzo sull’amore queer tra giocatori di hockey, diventato serie, di cui abbiamo scritto nelle pagine precedenti. Migliaia di download in poche ore hanno confermato la presa sui lettori Usa, e fino a San Valentino l’accesso sarà gratis. Un hockey che fotografa bene il Canada dentro e fuori lo schermo. E scommette su un’espansione del proprio pubblico, in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, che vedranno gli atleti locali tornare a vestire le divise del brand Lululemon, sempre made in Canada, dopo che le star di Heated Rivalry hanno fatto da tedofori in quel di Feltre, in provincia di Belluno. “Non potete toglierci il Paese. Non potete prendervi il nostro gioco”, scrisse nel febbraio 2025 sui social l’allora premier Trudeau dopo la vittoria di misura ai supplementari sugli Stati Uniti nel torneo 4 Nations Face-Off. Non è lo sport di casa, ma anche il calcio proverà a ritagliarsi un ruolo, visto che a giugno il Paese nordamericano ospita i Mondiali maschili insieme a Usa e Messico.
festival Best Out of Town, nell’Ontario. Foto All This Productions
“Conosciamo gli Stati Uniti meglio di quanto loro conoscano se stessi. Diciamo che facciamo una sorta di psicoanalisi pro bono”, sorride al telefono con d Stephen Marche, saggista e commentatore canadese che ha vissuto a lungo negli States, autore del podcast Gloves Off in cui indaga le minacce trumpiane all’esistenza del suo Paese. Nel momento di massima chiusura per l’ingombrante vicino, “il Canada è invece riuscito a preservare i valori democratici e multiculturali, il che ci rende relativamente unici in questo momento storico ed è parte della ragione per cui stiamo guadagnando in rilevanza globale”. I canadesi hanno portato nella vita pubblica una dose di “decoro e di buonsenso, presidiando lo spazio che c’è tra l’essere woke e il suprematismo bianco”, prosegue Marche. L’apertura al mondo si riflette nella vita quotidiana delle grandi città e (nonostante le tensioni indipendentiste) nel bilinguismo inglese-francese. Che è solo un dato di superficie. Le rilevazioni demografiche mostrano, ad esempio, che quasi la metà di chi vive a Toronto è nata all’estero: le lingue parlate, oltre a quelle ufficiali, sono circa 160, mentre il 55% della popolazione si identifica come parte di una minoranza.
vista dallo SkyTrain a Vancouver. Foto All This Productions
Nonostante tutto, ha avvertito Trudeau: “Non vedo un mondo governato dal Canada all’improvviso. Non è nel nostro Dna e non è qualcosa a cui aspiriamo”. Semmai, “ciò che abbiamo sempre fatto meglio come Paese è la capacità di far incontrare le persone ed essere parte di confronti in cui cerchiamo soluzioni sensate e coerenti con i nostri valori”. In fin dei conti, forse il motto del nuovo Canada globale lo aveva teorizzato la compagna Katy Perry, nel brano Power del 2017: “Don’t mistake my warmth for weakness”. Senza dimenticare: “Elbows up!”.