Luca Marinelli: “Non ho paura di sparire”
La Repubblica

Luca Marinelli: “Non ho paura di sparire”

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Mercoledì 23 settembre 2026
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Al cinema è ora il protagonista di “The Echo Chamber”, tratto dall’ultimo soggetto scritto da Bernardo Bertolucci. In una giornata di sole – nella Berlino in cui da qualche anno vive – parla di vulnerabilità, solitudine (dei numeri primi) e libertà

Luca Marinelli è felice di riscoprirsi “debole”, fiero di sentirsi “timido”, consapevole di “poter fallire”. L’impresa eccezionale è essere normale e coerentemente, nel timore di piacersi o indulgere al narcisismo, se deve raccontare qualcosa del proprio carattere usa spesso una locuzione, “di base”, che disegna una cornice, un quadro di riferimento e un’indole, ma definisce soltanto quella perché ci muoviamo, cambiamo e non siamo mai gli stessi. Il resto è esperienza, calli tra le dita, fortuna: “Sono stato sicuramente molto fortunato, però quella fortuna l’ho cercata e l’ho inseguita con determinazione”. Andrea Pallaoro, il regista di The Echo Chamber, gli ha affidato un Kammerspiel teso ed enigmatico in cui i protagonisti si muovono in un appartamento che somiglia a una prigione di cui nessuno ha la chiave. Il copione, scritto da Ludovica Rampoldi, Ilaria Bernardini e Bernardo Bertolucci, è parente della suggestione che aveva animato Ultimo tango a Parigi: “Tenere tutto chiuso dentro una stanza, l’amore, la sofferenza, il piacere. Senza ferire nessuno, senza far sapere nulla di sé e senza conoscere nulla dell’altro. Niente più che due persone in stato di grazia” e restituisce a Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon lo spazio per elevare lo sguardo a parola e a far brillare nelle pieghe di una disperata incapacità di governare il dolore un silenzio più potente di qualsiasi discorso: “Del personaggio che interpreto il pubblico non sa nulla, ma in qualche modo conosce tutto. Andrea Pallaoro ha avuto il gigantesco merito e la smisurata arte di aver girato un film in una stanza e di aver trasformato quella stanza in un mondo. E in quel mondo, invisibile, c’è anche lo spettatore che spia questa coppia ed è come se sedesse con loro, come se sbirciasse da dietro una porta. Sente i sospiri, avverte le vibrazioni, partecipa ai loro tormenti e alle loro tempeste. Ci sono tante cose da capire e da raccontare, ma la cosa stupenda è che non c’è niente da spiegare. È tutto visibile, tutto in primo piano”. A Berlino, dove Marinelli vive da anni, splende il sole. Alle pareti quadri e foto intervallano l’orizzonte di un’enorme libreria. Mino, il cane, occupa il divano e per dimostrare di esistere, a intervalli regolari, abbaia.

Giacca e pantaloni in mohair, camicia in popeline e mocassini in pelle. foto di CHRISTOPHER ANDERSON per U, servizio di GIOVANNI DARIO LAUDICINA 

Da giovane è capitato anche a lei?

“Più si è giovani, più si soffre e più si tenta di trovare la propria voce. Non mi sento speciale, credo capiti a tutti”.

Superata la Gibilterra dei quarant’anni invece?

“Ora le sofferenze sono cambiate e sono diventate altro perché ho imparato a conoscermi e cerco di togliere le zavorre che mi appesantivano”.

La timidezza era una zavorra?

“Era un dato di fatto: che ricordi timido sono sempre stato”.

Timido, ma anche al confine della contraddizione. Safran Foer sostiene che timidezza significhi distogliere lo sguardo da una cosa che desideri. Forse recitare non è stato un caso.

“È vero, la contraddizione c’è. Ma è come se nel gioco della recitazione mi buttassi dentro perché partecipare a quel gioco mi piace tanto. Magari ci vuole un attimo a farmi sentire fuori luogo e anche lì, su palco o set, posso non sentirmi più così tanto sicuro”.

Le dispiace?

“Per niente. Il turbamento è vitale, ti aiuta a essere presente a te stesso, è profondamente umano”.

E poi?

“E poi se fai questo mestiere – chi sostiene il contrario dice una cazzata – la voglia di essere visti ed essere notati esiste”.

Basta?

“Certo che no. Quando recito covo l’ambizione di comunicare, di farti vedere un lato di me, di dimostrarti cosa mi ha trasmesso quella storia. È come quando ti buttano su un palco, in sottofondo suona una melodia e ti dicono: ‘adesso balla’”.

Lei balla a modo suo.

“Ogni interprete fa lo stesso. Leonardo, il personaggio che porto in scena in The Echo Chamber, se l’avesse fatto lei o chiunque altro avrebbe suonato note diverse. Io ci ho messo dentro quello che ho visto e sentito in tutti questi anni”.

Quando si rivede a cosa pensa?

“Li vedo sempre due volte. La prima da spietato critico di me stesso e la seconda più o meno da spettatore”.

The Echo Chamber era in concorso a Venezia, proprio come il suo film d’esordio, La solitudine dei numeri primi. Sono passati sedici anni.

“Davanti ad Alba Rohrwacher e Saverio Costanzo mi sentivo un principiante. Ero al mio primo film e non sapevo nulla. Loro parlavano di cinema, citavano titoli e ispirazioni e io annuivo fingendo di conoscere ogni riferimento perché non avevo il cuore di ammettere la mia ignoranza. Poi tornavo a casa e mi mettevo a studiare. Sulla scrivania avevo pile di film. Quel periodo fu una scuola importantissima e Alba e Saverio due grandi maestri”.

Lei per il film sostenne due provini.

“Ne feci uno e non ero soddisfatto. Non penso mi avessero scartato, ma stavano vedendo tanti attori. Poi lessi il libro e mi feci forza. Entrai in un internet point e scrissi una mail a Jorgelina DePretis, la casting director: ‘La prego, datemi una seconda occasione’. Lei purtroppo non c’è più, ma è stata una preziosa compagna di lavoro a cui ho voluto davvero bene”.

Quell’occasione arrivò.

“Ormai credevo di aver fatto un buco nell’acqua. Invece arrivò una telefonata per un call back: culo e un po’ di determinazione”.

A che età è stato conquistato dal cinema?

“Mio padre mi portava a teatro e mia madre al cinema. La sala diventava un luogo magico. Da ragazzino ho visto di tutto. Mi rapivano i corpi, le azioni, i suoni, i baci, le guerre, gli abbracci e mi innamoravo, piangevo e mi esaltavo come se quelle avventure le stessi vivendo io. Nella mia vita il cinema ha significato cose molto diverse, tutte importanti”.

Camicia in popeline. Tutto, Fendi. foto di CHRISTOPHER ANDERSON per U, servizio di GIOVANNI DARIO LAUDICINA 

Vedere così tanto cinema le è servito?

“Scherza? È stato come avere un manuale di istruzioni nelle tasche e una fonte di stupore inesauribile. Se penso a come Leone decide di far finire C’era una volta in America ancora resto a bocca aperta. De Niro è storto, improbabile, quasi impresentabile in quel sorriso inaspettato. Ma lo fa. Si dà. Si presta. Si lascia guidare e mette uno dei suoi mille volti a disposizione di un capolavoro. È proprio lì, in quell’atto di libertà creativa e in quell’azzardo, che c’è la grandezza di un interprete”.

A cosa la fa pensare la parola libertà?

“Alle mie infanzie felici nel Reatino. A Longone Sabino non si pensava alla reperibilità. Eravamo ragazzini catapultati in un borgo minuscolo in cui le giornate erano scandite dagli orari del pranzo e della cena. Se non ti presentavi scattava l’allarme, ma per il resto eravamo liberi. Ruscelli, tuffi, boschi, dirupi, serate sotto le stelle sulle panchine e videogiochi nell’unico bar del paese d’estate. E neve, pupazzi e corse sul bob in inverno. A me piaceva molto anche la città, ma la dinamica in un luogo più piccolo era completamente diversa”.

Com’è possibile che lei sia stato bocciato due volte?

“Cosa vuole che le dica? Di sicuro non mi metterò adesso e qui a fare un processo ai professori”.

Era tutta colpa sua?

“Diciamo un democratico 50 e 50? Io qualche interesse, a partire dalla letteratura greca, lo avevo, ma non ero molto motivato. La scuola ha la responsabilità di provare ad andare incontro a chi ha davanti, con me non ha avuto questa premura e così mi sono ritrovato a ripetere l’anno due volte”.

Come descriverebbe la sua famiglia?

“Folle e meravigliosa. Com’è che si dice? Ceto medio? Da una parte, quella paterna, vedevo persone impegnate in mansioni artistiche, dall’altra, quella materna, vedevo gente impegnata in ambiti pratici come l’ufficio, la sartoria e la falegnameria: un’altra forma d’arte. Ai miei devo tanto da molti punti di vista: umanità, serietà, sensibilità e anche follia. Quando ho detto “voglio fare l’attore” non mi hanno fatto internare, ma mi hanno dato il loro supporto. Li ringrazio molto, ancora oggi”.

“Vedo il pallone calciato che arriva come una locomotiva e sono solo nel cielo mentre volo incontro al tiro e voi trattenete il respiro”. Umberto Saba qui parla del portiere.

“So di cosa parla perché in porta ho giocato e gioco ancora. Ho iniziato tardissimo, a sedici anni, ma il calcio mi piace perché come il cinema è un gioco di squadra”.

Giacca e pantaloni in mohair, camicia in popeline e mocassini in pelle. foto di CHRISTOPHER ANDERSON per U, servizio di GIOVANNI DARIO LAUDICINA 

Alessandro Borghi, con il quale ha recitato spesso, dice che lei ha un enorme talento che “prescinde dall’ego e dalla consapevolezza di sé”.

“Siamo come fratelli. Con lui mi sento al sicuro, so che se gli passo la palla, anche non toccandogliela benissimo, lui farà gol”.

Con Borghi non ha diviso solo il set, ma anche l’esperienza quasi mistica dell’ultimo film di Claudio Caligari, Non essere cattivo.

(Si alza, mi mostra una foto con Caligari, si risiede, ndr). “Claudio era un uomo davvero dolce e appassionato che sapeva essere molto diretto”.

Diretto significa brusco?

“Significa diretto. E a me piaceva perché la chiarezza illumina e ti fa capire subito cosa cerchi l’altro”.

“Ho fatto solo tre film e muoio come uno stronzo”. Caligari ha avuto meno di quanto meritasse?

“È lampante. Se sei tu a dire no è un conto, se a dirti no – spesso senza ragione – sono gli altri, quel no ha un peso del tutto differente”.

Lei che rapporto ha con chi le fa un torto? Prova rancore?

“Guardi, io non voglio fare mai male a nessuno e quindi mi fa molta impressione e mi addolora. Dipende da chi mi ha fatto un torto e dal perché. A volte le scorrettezze che ci fanno altro non sono che il sintomo di una richiesta d’aiuto. Allora provo a sintonizzarmi con l’altro, ad analizzare”.

Caligari morì e lei era in viaggio.

“Volavo verso Berlino e avevo il telefono spento. Lo riaccesi dopo l’atterraggio e mi arrivarono i messaggi di Borghi. Provai ad ascoltarli, ma non riusciva a parlare e si sentivano solo le lacrime. Mi spaventai e dopo un secondo capii. Non fu una sorpresa purtroppo, Claudio stava male”.

Si può essere artisti senza soffrire?

“Più invecchio e più mi viene da pensare e da voler dire a me stesso e a tutti gli altri quanto è bella l’esperienza della vita per chi ha la fortuna di poterlo fare”.

Ci riesce?

“Provo a non essere ingrato e a ringraziare per il culo che ho avuto. I film che ho fatto sono state avventure meravigliose in cui mi sono sempre divertito e se ho sofferto era perché chi recita si domanda: ‘E adesso questa scena come la faccio?’ e in una frustrazione comunicativa può incappare. La creazione può passare attraverso sofferenza, pena e tristezza perché agli attori succede qualcosa di potente. E io che pure, non posso negarlo, sono una persona malinconica e crepuscolare che ha una visione pessimista su molti aspetti, sul set torno sempre con allegria: provo ad attraversare il dolore tentando di non dimenticare che esiste il divertimento, ossia la possibilità di divergere e cambiare direzione come il bufalo di De Gregori, si può scartare di lato e però sorprendere. È una questione di posizione, di dove scegli di stare, di dove ti vuoi mettere per valutare una storia, un evento o una situazione. L’altro giorno ragionavo con un amico: può accadere una tragedia e noi di quella tragedia potremmo scrivere una commedia”.

“Berlino ci son stato con Bonetti: era un po’ triste e molto grande”, cantava Lucio Dalla.

“Con tutto il rispetto per il grande Dalla, che ho visto dal vivo e che mi commuoveva fin da bambino facendomi porre grandi domande esistenziali – ‘Mamma, ma l’uomo de La casa in riva al mare non è mai uscito dal carcere?’ –, Berlino è sicuramente grande, ma non triste, almeno non per me. Faccio una premessa. A Roma sono nato, è sempre mamma Roma: meravigliosa e affascinantissima, ma anche nervosa e incasinata. Una gran dama esausta che si fa cogliere nella sua essenza soprattutto di notte”.

E Berlino?

“Intanto nessuno sa chi io sia e questo mi dà la possibilità di poggiare di nuovo i piedi a terra. È una città tranquilla, dove lo sguardo è proteso al futuro e si vedono cose belle e importanti. C’è un’assenza di tensioni e una calma nell’aria che mi rasserena”.

Hair: Alessandro Rebecchi @Green Apple Italia. Makeup: Arianna Campa @Blend Management. Set Design: Edoardo Salomoni. Photo Assistants: Benjamin Coppola, Luca Favella. Style Assistant: Brando Prizzon. Production: Caminante. Location: INLOCATION.IT. 

Che rapporto ha con la solitudine? Bertolucci diceva che è una condanna e al tempo stesso una conquista meravigliosa.

“La solitudine è fondamentale, sia quando sono a Berlino, sia quando sono in giro. Lo era da bambino, lo è adesso che sono adulto”.

E cosa fa quando è da solo e lontano dal set?

“Ozio, cammino molto e osservo. Non ho paura di sparire né di sentirmi lontano. Ha letto per caso La passeggiata di Robert Walser? Glielo consiglio. Io mi sono emozionato”.

Che fine hanno fatto invece le emozioni degli inizi? Si ripetono mai nello stesso modo?

“Le emozioni non tornano mai nello stesso modo, ma io mi emoziono ancora se non di più che al principio. Quando incontro dei ragazzi che vogliono fare gli attori gli dico sempre che bisogna fare come le vestali: non far affievolire e mantenere acceso il fuoco che ti ha spinto a decidere di recitare, metterti a nudo, utilizzare tutto il tuo coraggio. Il resto è un fuori. Il resto non conta niente”.

E cosa conta davvero?

“La famiglia, gli amici, la vita, la morte, l’incertezza, il rischio, l’amore, il sentirsi a disagio, la curiosità, la scoperta, le altre persone. Se dovessi stare protetto e al riparo delle mie sicurezze che senso avrebbe recitare?”.

PROFILO Nato a Roma nel 1984, Luca Marinelli ha vinto un David di Donatello, una Coppa Volpi e due Nastri d’argento. Al cinema ha raggiunto la notorietà nel 2010, con La solitudine dei numeri primi al fianco di Alba Rohrwacher. Il suo ultimo film, presentato a inizio mese alla Mostra del Cinema di Venezia, è The Echo Chamber, diretto da Andrea Pallaoro.

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