Dario Vitale: “Un brand non deve dare risposte ma provocare domande”
La Repubblica

Dario Vitale: “Un brand non deve dare risposte ma provocare domande”

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Mercoledì 16 settembre 2026
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In seguito alla notizia della nomina di Dario Vitale a direttore creativo di Emporio Armani, riproponiamo l’intervista al designer pubblicata a dicembre 2025

“Nella moda tanti amano lamentarsi. Invocare un cambiamento che non arriva mai. Dovevo scegliere se essere come loro o cercare di fare qualcosa: ho preferito agire”. Dario Vitale – salernitano di 42 anni, a lungo brand director di Miu Miu sotto Miuccia Prada – spiega così l'approccio scelto quando, lo scorso marzo, è diventato direttore creativo di Versace lasciando subito il segno: la sua prima sfilata, lo scorso settembre alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, ha monopolizzato i social media, tra lodi e polemiche per il suo stile e, a detta di alcuni, inaspettato per la maison. Questi sono giorni di grandi cambiamenti per il marchio: martedì scorso, il gruppo Prada ha perfezionato la sua acquisizione avviata poco dopo l'arrivo di Vitale. Un ribaltone che lo stilista naviga con calma olimpica: al momento è concentrato sulla sua prima uscita ‘pubblica’ il 7 dicembre per l'inaugurazione della stagione operistica della Scala. Presenzierà insieme a un gruppo di ospiti eterogeneo. Tra loro Mahmood, la top model transgender Alex Consani e la cantautrice giapponese Rina Sawayama.

La collezione Versace primavera/estate 2026 di Versace disegnata da Dario Vitale 

Perché ha scelto la Scala?

“Gianni Versace ha iniziato presto a collaborare con il teatro e proprio con la Scala. I suoi primi costumi sono del 1982 (per il balletto Josephs Legende, ndr): la sua non è stata una decisione maturata nel tempo, ma una scelta d'impeto. Volevo richiamare quell'urgenza ora che anche io qui sono agli inizi”.

I suoi invitati non sono il tipico pubblico della Scala.

“Gianni diceva che il teatro è il posto in cui eroi e divinità escono dalla tradizione: non c'è gesto più ‘versaciano’ del vestire gli dei, e gli dei oggi sono le celebrità. Inoltre, viene pensato come il luogo delle istituzioni, ma invece è terra di liberi pensatori, di contrasti. E i contrasti ravvivano la conversazione, come Gianni ben sapeva. Negli anni Ottanta inizia a frequentare Maurice Béjart, Bob Wilson, Julian Schnabel: mostri sacri oggi, ma all'epoca erano considerate schegge impazzite. Credo che per lui fosse anche un modo per mandare a quel paese il sistema moda, allora molto conformista, un mondo che non lo accettava”.

Però poi è diventato un simbolo di quel sistema.

“Cambiandolo per sempre. Le rivoluzioni migliori partono dall'interno ed è quello a cui aspiro. Anche per questo ho evitato di riprendere subito le sue creazioni più famose. Rispetto il suo percorso, il tempo e il lavoro spesi ad arrivare al successo”.

La collezione Versace primavera/estate 2026 di Versace disegnata da Dario Vitale 

Si sta creando una sua community come Gianni Versace?

“Che termine abusato, community. Ma sì, la condivisione – nella moda, nell'arte, nella cultura – è impagabile. L'idea del direttore creativo come solitario deus ex machina è arcaica e sbagliata”.

Altro termine abusato: lusso.

“Credo nel lusso inteso come qualità, Il mio compito, da stilista, è fare un prodotto eccellente: sono cresciuto con una nonna e uno zio sarti, so quanto lavoro richieda un capo ben fatto. Per esempio, in archivio abbiamo trovato degli splendidi jeans realizzati con macchinari oggi in disuso: stiamo cercando di rimetterli in funzione, solo per fare quelle cuciture. Il lusso è impegnativo, però su questo non transigo. Per assurdo, al limite posso scendere a compromessi sullo stile, ma non sulla qualità”.

Quando ha scoperto Versace?

“Ho preso coscienza della persona dietro il marchio alla sua morte, nel 1997. I miei genitori mi hanno portato a Milano per assistere alle esequie, mi ricordo le ore in piazza Duomo dietro le transenne. Stando qui ho scoperto quanto siamo simili: davo per scontato che avrei fatto tutto in maniera diversa, e invece mi ritrovo in tanti suoi ragionamenti”.

Per giorni sui social non si è parlato che del suo show, anche con veemenza. Se lo aspettava?

“Per niente, ma l'idea che tanti vogliano dire la loro su qualcosa mi intriga: per me Versace non deve offrire risposte, piuttosto provocare domande. Vedere le persone reagire è galvanizzante, anche se essere così esposti all’amore e all’odio del pubblico non è per niente facile”.

Che ne pensa del sistema moda odierno?

“Nonostante i suoi limiti, resta quel mondo eccitante che sognavo crescendo. Merito di persone come Miuccia Prada e Donatella Versace: sono curiose, entusiaste, instancabili. Ammiro la loro continua ricerca del bello e del nuovo, il non fermarsi mai”.

Lei ha sostituito Donatella, che ha guidato il marchio dalla scomparsa del fratello Gianni: com'è il vostro rapporto?

“Tra noi c'è uno scambio sincero, amichevole. All'inizio le chiedevo un parere su tutto, finché mi ha detto: ‘Vai, fai il tuo Versace, non pensare ad altro’. Pochi sarebbero tanto generosi. E l'aver preso me invece di un nome più popolare dimostra la sua voglia di osare”.

Martedì, il gruppo Prada ha concluso l'acquisizione del brand.

“Per anni, quando ero da Miu Miu, sono stati la mia famiglia. Conosco il loro metodo: ho cercato di applicarlo appena arrivato, ma ho capito che si tratta di brand e persone diversi. Differenze a parte, e lo dico a prescindere dalla mia presenza qui, mi rende felice che un gruppo italiano, capace di mettere la qualità e la cultura al centro del proprio universo, agisca per proteggere un pilastro del nostro stile”.

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