Yayoi Kusama e la moda. Dai colori violenti ai pois, dai vestiti bucati alle borse dipinte a mano
L’artista, scomparsa a 97 anni, aveva capito che bisogna vestirsi come la propria ossessione
Prima di diventare una borsa Louis Vuitton, il pois di Yayoi Kusama era già un vestito. Prima di diventare una vetrina era un corpo. E molto prima che qualcuno inventasse capsule collection, contaminazioni, experience, co-branding e tutto il lessico con cui il lusso ama rendere teorico ciò che vuole vendere, lei aveva già capito una cosa fondamentale: se vuoi diventare indimenticabile, ripetiti.
Yayoi Kusama, morta a 97 anni, lo ha fatto per tutta la vita. Un punto, poi un altro, poi altri diecimila. Zucche, reti, specchi. Fino a trasformare un’ossessione personale in uno dei marchi visivi più riconoscibili del pianeta. Senza nemmeno bisogno di registrare un logo. Per questo raccontare oggi il suo rapporto con la moda partendo da Louis Vuitton sarebbe quasi ingeneroso. Nella New York degli anni Sessanta Kusama produceva già vestiti, aveva una propria attività di moda e immaginava abiti con buchi sui seni, sul sedere, sui genitali, capi per più corpi contemporaneamente, tessuti psichedelici. Nel 1969 organizzò sulla Fifth Avenue una sfilata che finiva con i modelli nudi. La chiamò Natural Look. Altro che quiet luxury. Kusama aveva capito che il vestito può essere molto più interessante quando smette di fare educatamente il proprio mestiere. Coprire? Anche no. Proteggere? Forse. Disturbare? Molto meglio. E soprattutto aveva capito che bisogna vestirsi come la propria ossessione.
Caschetto rosso, abiti a pois, colori violenti. Una silhouette riconoscibile quanto quella di Karl Lagerfeld, ma senza guanti e ventaglio. Andy Warhol aveva la parrucca, Joseph Beuys il cappello, Kusama aveva trasformato tutto il proprio corpo in una firma. Oggi diremmo personal branding e rovineremmo immediatamente la poesia. Quando Marc Jacobs la incontrò nel suo studio di Tokyo nel 2006, dunque, non stava semplicemente andando a trovare una grande artista. Stava incontrando qualcuno che parlava già perfettamente la lingua della moda. Jacobs, allora alla guida creativa di Louis Vuitton, aveva del resto trasformato il monogramma in un parco giochi: Stephen Sprouse lo aveva graffitato, Takashi Murakami colorato. Kusama fece qualcosa di più radicale. Lo contagiò.
Nel 2012 i suoi pois finirono su trench, minigonne, décolletées, occhiali, Speedy e Neverfull. Ma dire “finirono” è sbagliato: presero possesso. Guardando quelle borse si aveva quasi l’impressione che Vuitton fosse l’ospite e Kusama la padrona di casa. A quella collaborazione è legato anche un piccolo ricordo personale. In occasione della presentazione ebbi la possibilità di incontrare Kusama a Tokyo. Ai giornalisti era stato chiesto di portarle un dolcetto come cadeau. Io scelsi della frutta di Martorana. Un po’ per inevitabile campanilismo siciliano, un po’ perché quelle pesche, pere e mandarini di marzapane, perfettamente falsi eppure quasi più veri degli originali, mi ricordavano le sue enormi zucche colorate. Non avevo previsto l’effetto. Kusama rimase folgorata proprio dalla Martorana. La guardò, la prese e soprattutto cominciò a mangiarla, mostrando un interesse decisamente inferiore per gli altri regali. Per qualche minuto Louis Vuitton, l’arte contemporanea e il protocollo internazionale furono messi fuori gioco dal marzapane palermitano. Continuo a considerarlo un piccolo successo della diplomazia siciliana.
Quando Vuitton tornò da Kusama nel 2023, però, una borsa non bastava più. Nemmeno quattrocento. La seconda collaborazione fu una specie di epidemia estetica autorizzata. Painted Dots, Infinity Dots, fiori psichedelici e zucche invasero borse, denim, completi maschili, scarpe, profumi, accessori. Poi invasero le boutique. Poi le facciate. Poi le città. A Parigi una Kusama gigantesca sembrava arrampicarsi sulla sede Vuitton degli Champs-Élysées. Altrove comparvero versioni monumentali dell’artista. A Tokyo, nella boutique di Omotesando, arrivò persino il suo doppio robotico: parrucca rossa, pois, pennello in mano. Dipingeva, muoveva gli occhi, sorrideva ai passanti. Ed è lì che il pois diventò un punto interrogativo. Quanto Kusama è troppo Kusama? Il robot era un colpo di visual merchandising formidabile e insieme leggermente sinistro. Una donna ultranovantenne, che da decenni aveva scelto di vivere in una struttura psichiatrica continuando a lavorare ogni giorno nel proprio studio, replicata meccanicamente dietro una vetrina per accompagnare la vendita di borse da migliaia di euro. Le polemiche erano inevitabili. Omaggio o sfruttamento? Arte o marketing? Kusama era ancora l’autrice dell’operazione oppure ne era diventata il prodotto più redditizio?Domande legittime. Ma trasformarla retroattivamente nella fragile signora manipolata dal capitalismo sarebbe altrettanto comodo.
Kusama aveva iniziato a commercializzare Kusama molto prima che lo facesse Vuitton. Nel 1966 si presentò senza invito alla Biennale di Venezia con Narcissus Garden, 1.500 sfere specchianti che cercava di vendere ai visitatori. Negli anni Sessanta produceva moda, organizzava happening, dirigeva una rivista, costruiva metodicamente la propria immagine pubblica. Se esisteva un confine tra opera e merchandising, lei ci aveva già parcheggiato sopra una zucca. È qui che il suo rapporto con la moda diventa molto più interessante delle borse che portano il suo nome. Perché Kusama aveva capito il principio fondamentale del lusso contemporaneo: non vendere un oggetto, vendere un codice. Chanel ha due C. Vuitton un monogramma. Versace una Medusa. Kusama aveva un punto. Il segno più povero possibile. Nessuna iniziale, nessun animale araldico, nessuna corona. Un cerchio colorato ripetuto fino all’ossessione. Talmente semplice che potrebbe appartenere a chiunque, talmente insistito da appartenere soltanto a lei. E per questo che l’incontro con Vuitton ha funzionato così bene. Non era davvero arte che incontrava moda, formula ormai buona per qualsiasi comunicato stampa. Era qualcosa di molto più elementare. Un monogramma incontrava un pois. Entrambi avevano un solo desiderio: moltiplicarsi all’infinito.